«Vendite on line? Pochi incassi»

L’e-commerce cresce in Lombardia e in provincia, ma i piccoli sono svantaggiati

varese Fare acquisti seduti comodamente sul divano di casa con un computer portatile piace sempre di più. A non lasciare alcun dubbio sono i numeri sul commercio on line che cresce in Lombardia e in Italia rispetto al 2017, secondo i dati di uno studio della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi basato sul registro delle imprese. Un balzo in avanti addirittura del 58% per la Lombardia e del 68% per l’Italia negli ultimi cinque anni, con il settore che impiega quasi 6 mila addetti Lombardia su 26 mila a livello nazionale. Milano è prima con 1.378 imprese e quasi 4 mila addetti, seguita da Brescia (383 imprese), Bergamo e Monza Brianza (con circa 300 imprese ciascuna). Varese si colloca subito dietro, con 221 aziende e una crescita negli ultimi cinque anni del 36,4%. Una nuova sfida per i piccoli negozi?

«Non proprio – spiega Marco Parravicini, fiduciario Ascom Varese città – perché i numeri vanno interpretati. La crescita si spiega con il fatto che i negozi e le attività che vogliono fare una vetrina on line dei loro prodotti necessitano di una nuova licenza che va ad indicare un cambio nell’attività. E aprire anche questa strada non può che essere positivo. Ma se andiamo a fondo, dobbiamo porci un’altra domanda: a quanto ammonta il fatturato originato dalle vendite on line?». E la risposta non è particolarmente esaltante. «Ho forti dubbi che i nostri piccoli negozi – prosegue Parravicini – sviluppino un fatturato rilevante dalle vendite on line. On line si vende se hai un prodotto in esclusiva , ed è quasi impossibile. Oppure se si abbattono notevolmente i prezzi. Ma in questo caso i piccoli partono nettamente svantaggiati rispetto ai colossi dell’e-commerce». Il nocciolo del problema sta tutto nell’imposizione fiscale. «È’ un problema che come associazione abbiamo sollevato spesso – spiega il dirigente di Confcommercio – perché è una situazione che ci impedisce di lavorare. I colossi del web non pagano tasse in Italia, mentre un negozio italiano paga il 40 per cento . Che senso ha, allora, puntare su un canale – quello web – che già in partenza porta con sé svantaggi così pesanti ed evidenti?». Una possibile soluzione sarebbe la web tax, che entra ed esce dal dibattito politico romano, ma poi alla fine non viene inserita nelle Finanziarie.

«Bisogna riequilibrare questo gap fiscale – prosegue Parravicini – altrimenti il rischio è che i piccoli soccombano di fronte alle grandi multinazionali, come se già non bastassero le difficoltà causate dal proliferare dei centri commerciali. Noi da sempre non chiediamo denaro a pioggia, ma semplicemente che ci venga permesso di lavorare in condizioni adeguate».

Intanto, sono 17.432 le imprese specializzate in Italia nel settore del commercio online e crescono del 9% in un anno.

Quasi un’impresa su quattro tra chi si occupa di vendita su internet è giovane (24%) e circa il 10% è in mano a imprenditori nati all’estero. Se Roma è prima per imprese (1.523 sedi) seguita da Milano (1.378), Napoli (1.283) e Torino (700), Milano concentra il maggior numero di addetti (quasi 4 mila).