Vecchioni: “Bisogna vivere la vita che si ama”

Varesenews - 07/11/2016

Si inizia con un video sulle note di “Samarcanda” e la villa Napoleonicaa luci spente. Prima il battere di piedi dei tanti presenti e poi di mani per tenere il ritmo e accompagnare una versione della celebre ballata eseguita insieme al varesino Angelo Branduardi, in un video con i due artisti nei panni di Stanlio e Olio. E subito dopo la bellissima “Blue moon”. C’è da commuoversi perché quei due video parlano delle due uniche cose che contano nell’esistenza di un uomo: la morte e la vita.

Quando Roberto Vecchioni esce dal buio delle retrovie per affrontare le luci della ribalta sul palco del Premio Chiara, per ricevere il premio “Le parole della musica”, ha gli occhi lucidi. Non sono né ridenti, né fuggitivi, piuttosto,  emozionati. E come dargli torto. A 73 anni ci si può permettere di rivelare qualche marachella fatta nel passato, di dire anche qualche parolaccia, insomma, di lasciarsi andare alle emozioni del momento, lacrime comprese.

Democrazia e purezza – «Sono 40 anni che provo comunicare la purezza delle emozioni che poi è ciò che conta. È importante aggrapparsi al proprio sentire istintivo come facevano la Merini e Rimbaud, autentici riversatori di emozioni. Confesso che ho scritto anche per

Il Nobel a Bob Dylan è meritato – In tempo di schieramenti per il sì e per il no, sul premio Nobel a Dylan, Vecchioni si schiera senza indugi: «Io facevo il tifo per Bob Dylan da tempo perché ci ha fatto scoprire che conta più l’imperfezione delle cose concrete che non la perfezione di quelle astratte. E poi vorrei ricordare ad Alessandro Baricco che ha detto che le canzoni non sono letteratura, che la letteratura non coincide con la scrittura ma con la parola che è mito e archetipo. Cantare è un tipo di comunicazione meravigliosa, anche gli antichi cantavano le loro preghiere».

Il professore di greco – Vecchioni è uno dei pochi cantautori che pur essendo famoso ha continuato a fare un lavoro normale: il professore di greco al Liceo Classico Parini di Milano. «La parola è sensibile – sottolinea l’artista – non si studia il greco per parlare il greco ma per imparare. Ed è fondamentale perché ti insegna la sintesi, la profondità di pensiero, indispensabili nella vita dove ci si costruisce fino ai 18 anni per poi correre».

Quando tirai la giacca al poeta Untale, anzi, Montale – «Mio padre era un folle giocatore e puttaniere – racconta Vecchioni –  faceva il commerciante di tessuti e per un certo periodo si appassionò alla pittura e iniziò a comprare quadri a destra e a manca, tutte croste, ma aveva una sua cultura. Un giorno mi portò alla pizzeria Santa Lucia a Milano. Era famosa perché lì andavano artisti, attori e poeti e lui me li indicava tutti: “Lo vedi quello? Lo vedi quell’altro? Mi diceva nomi e cognomi. Una volta mi indicò un tizio non proprio bello, con i capelli in disordine. “Lo vedi quel signore, è un grandissimo poeta, si chiama Montale”. Io lì per lì lo guardai e gli chiesi: “Papà, cosa fanno i poeti?” “I Poeti vedono ciò che noi non vediamo” rispose prontamente per andarsene subito dopo in bagno. Io, che ero piccolo, presi coraggio e andai dal poeta Untale, perché questo avevo capito. E gli domandai: “Signor Untale se è vero che voi poeti vedete quello che gli altri non vedono, mi sa dire dov’è finito il mio trenino elettric

divertirmi ma cercando sempre quella purezza». Vecchioni affronta un tema difficile come il rapporto tra democrazia e bellezza, non sempre allineati nei loro effetti.  «La democrazia – dice il cantautore – funziona per la giustizia e la libertà ma non per la bellezza che il più delle volte non appartiene alla maggioranza delle persone».
Vecchioni è abilissimo nel tenere alta l’attenzione della platea e i tre intervistatori del Premio Tenco, Enrico de Angelis, Antonio Silva e il giornalista Vittorio Colombo, lo assecondano con bravura. «A volte ci sono cose snob che sono brutte – continua il cantautore – per esempio, dal premio Tenco sono passate cagate pazzesche. Ah, ma questi del premio Tenco premiano sempre Paolo Conte per qualcosa, è un loro pallino. Lui però è bravissimo».

Il Nobel a Bob Dylan è meritato – In tempo di schieramenti per il sì e per il no, sul premio Nobel a Dylan, Vecchioni si schiera senza indugi: «Io facevo il tifo per Bob Dylan da tempo perché ci ha fatto scoprire che conta più l’imperfezione delle cose concrete che non la perfezione di quelle astratte. E poi vorrei ricordare ad Alessandro Baricco che ha detto che le canzoni non sono letteratura, che la letteratura non coincide con la scrittura ma con la parola che è mito e archetipo. Cantare è un tipo di comunicazione meravigliosa, anche gli antichi cantavano le loro preghiere».

Il professore di greco – Vecchioni è uno dei pochi cantautori che pur essendo famoso ha continuato a fare un lavoro normale: il professore di greco al Liceo Classico Parini di Milano. «La parola è sensibile – sottolinea l’artista – non si studia il greco per parlare il greco ma per imparare. Ed è fondamentale perché ti insegna la sintesi, la profondità di pensiero, indispensabili nella vita dove ci si costruisce fino ai 18 anni per poi correre».

Quando tirai la giacca al poeta Untale, anzi, Montale – «Mio padre era un folle giocatore e puttaniere – racconta Vecchioni –  faceva il commerciante di tessuti e per un certo periodo si appassionò alla pittura e iniziò a comprare quadri a destra e a manca, tutte croste, ma aveva una sua cultura. Un giorno mi portò alla pizzeria Santa Lucia a Milano. Era famosa perché lì andavano artisti, attori e poeti e lui me li indicava tutti: “Lo vedi quello? Lo vedi quell’altro? Mi diceva nomi e cognomi. Una volta mi indicò un tizio non proprio bello, con i capelli in disordine. “Lo vedi quel signore, è un grandissimo poeta, si chiama Montale”. Io lì per lì lo guardai e gli chiesi: “Papà, cosa fanno i poeti?” “I Poeti vedono ciò che noi non vediamo” rispose prontamente per andarsene subito dopo in bagno. Io, che ero piccolo, presi coraggio e andai dal poeta Untale, perché questo avevo capito. E gli domandai: “Signor Untale se è vero che voi poeti vedete quello che gli altri non vedono, mi sa dire dov’è finito il mio trenino elettrico?”. Montale fu molto gentile, mi sorrise e disse che non lo sapeva. E appena tornò papà lo ripresi: “Non vero che Untale è un grande poeta, perché non vede niente».

La morale di una vita  – Einaudi ha appena pubblicato “La vita che si ama“. Vecchioni l’ha definito un libro autobiografico scritto per rispondere alle domande dei suoi quattro figli ormai adulti. «Un giorno mia figlia di trent’anni – spiega il cantautore – mi ha rivelato che in fondo non mi conoscevano bene, cioè non si spiegavano perché sul palco fossi così dinamico e spiritoso, mentre a casa fossi così musone, anzi, così coglione, perso a guardar fuori dalla finestra. “Ma come sei veramente?” mi ha chiesto. Ho risposto con questo libro raccontando che in fondo le cose che mi hanno colpito sono cose piccole e che la felicità è stare con gli altri e con te stesso. E allora mi è venuta in mente una frase che ripeteva sempre mia madre una napoletana verace: “Robertino bisogna vivere la vita che si ama“».

Il capolavoro Luci a San Siro – È una delle canzoni più celebri di Vecchioni scritta  la notte prima di partire per il militare quando la sua ragazza, di cui era follemente innamorato, gli disse che non lo amava più. «Fu un dolore profondo perché tutto andava bene: ci amavamo, c’era un’intesa perfetta, c’era passione, sesso, sentimento e di colpo tutto svaniva. Allora ho pensato che le cose che amo le voglio tenere per sempre e così  in quella canzone quella ragazza sarà sempre uguale a quell’istante. E per vincere il tempo ci ho messo dentro tutto quello che sentivo e provavo in quel momento. “Luci a San Siro” è la dimostrazione che la felicità a volte si maschera da dolore».

Montale fu molto gentile, mi sorrise e disse che non lo sapeva. E appena tornò papà lo ripresi: “Non vero che Untale è un grande poeta, perché non vede niente».

La morale di una vita  – Einaudi ha appena pubblicato “La vita che si ama“. Vecchioni l’ha definito un libro autobiografico scritto per rispondere alle domande dei suoi quattro figli ormai adulti. «Un giorno mia figlia di trent’anni – spiega il cantautore – mi ha rivelato che in fondo non mi conoscevano bene, cioè non si spiegavano perché sul palco fossi così dinamico e spiritoso, mentre a casa fossi così musone, anzi, così coglione, perso a guardar fuori dalla finestra. “Ma come sei veramente?” mi ha chiesto. Ho risposto con questo libro raccontando che in fondo le cose che mi hanno colpito sono cose piccole e che la felicità è stare con gli altri e con te stesso. E allora mi è venuta in mente una frase che ripeteva sempre mia madre una napoletana verace: “Robertino bisogna vivere la vita che si ama“».

Il capolavoro Luci a San Siro – È una delle canzoni più celebri di Vecchioni scritta  la notte prima di partire per il militare quando la sua ragazza, di cui era follemente innamorato, gli disse che non lo amava più. «Fu un dolore profondo perché tutto andava bene: ci amavamo, c’era un’intesa perfetta, c’era passione, sesso, sentimento e di colpo tutto svaniva. Allora ho pensato che le cose che amo le voglio tenere per sempre e così  in quella canzone quella ragazza sarà sempre uguale a quell’istante. E per vincere il tempo ci ho messo dentro tutto quello che sentivo e provavo in quel momento. “Luci a San Siro” è la dimostrazione che la felicità a volte si maschera da dolore».