«Varese ritrovi la sua identità»

La Prealpina - 15/12/2016

«Varese città in caduta libera», come ha detto il cardinale Angelo Scola sabato scorso durante una sua visita in città? L’affermazione ha suscitato una certa reazione specialmente negli ambienti cattolici. Di sorpresa e di riflessione. A cosa si riferiva esattamente l’arcivescovo, che in questo giudizio piuttosto severo ha accomunato Varese a Lecco, sua città natale? Il prevosto Luigi Panighetti non condivide la prima impressione, cioè che al centro del giudizio ci sia la Varese della solidarietà verso il variegato mondo dell’emarginazione. E corregge il tiro: «Penso che il cardinale si riferisse alla società nel suo insieme. E questo per due motivi che gli devono essere ben presenti. Anzitutto perché Varese è sempre stata ed è ancora vicina in mille modi a chi si trova in difficoltà. Gli esempi concreti dell’associazionismo sono lì a dimostrarlo. Funzionano e funzionano bene. Qui la solidarietà è di casa. C’è poi un secondo motivo che non può sfuggire agli occhi di ognuno ed è la crisi economica che continua a mordere, la gente che non trova lavoro, i negozi che chiudono. Questa credo sia la “Varese in caduta” che sta a cuore al nostro arcivescovo». Tutto lì, tutto e solo una questione economica? Certamente no. Infatti monsignore aggiunge che «Varese deve ritrovare la propria identità, un volto che al momento appare annebbiato, una coesione sociale che non sembra essere forte come un tempo. Preciso che sono qui da poco più di un anno e che certe situazioni, certe pieghe della società non le conosco ancora. Dico solo la mia impressione, così come il cardinale ha detto la sua».

Viene spontaneo chiedersi chi può fare qualcosa di concreto per spingere a risalire la china, posto che la crisi economica non è certo affare limitato al territorio locale. E non è nemmeno quel tratto molle, caratteristico della provincia, cui faceva riferimento Piero Chiara e che è stato ricordato nei giorni scorsi su Prealpina. Nello specifico, chiediamo se e come la Chiesa – istituzione che sul territorio mantiene una sua forza persuasiva – può essere in grado di incidere in tal senso. «Su questioni tanto complesse e delicate», prosegue il prevosto, «la Chiesa si propone come luogo privilegiato dove riunire la gente, permettere un incontro, ricostruire il volto di cui si diceva. Senza ricette pronte, ma nella consapevolezza che il dialogo è strumento essenziale per ritrovare la coesione sociale. E senza escludere nessuno». Su “come” operare concretamente rimane il punto di domanda.

Quali azioni concrete, quali proposte aperte alla città nel suo insieme, società civile, politica, religiosa, economica, culturale è possibile mettere in campo perché Varese risorga dal torpore che sembra identificarla in questo momento della sua storia, è una domanda che rimane aperta e che richiede il contributo di tutti, dentro e fuori i palazzi del governo cittadino.