Varese – Imprese, le donne in regia

La Prealpina - 29/07/2020

 Quando sono all’università studiano più dei loro coetanei uomini e, una volta acquisite tutte le competenze necessarie, non si fanno scoraggiare da fatica e sacrifici e spesso scelgono di avviare una propria attività imprenditoriale. Sono le donne italiane, ma anche quelle varesine. In provincia l’esercito delle imprenditrici ha superato la quota del 20%, arrivando a 12.087. Un bel risultato, certificato dai dati raccolti da Unioncamere e rielaborati dall’ufficio studi della Camera di commercio di Varese, che testimonia come il desiderio di mettersi in gioco non sia stato vinto dalla pandemia.

Una impresa su cinque, dunque, si colora di rosa, con le stesse proporzioni che si ritrovano lungo tutto lo Stivale. Guardando ai settori, il primo posto spetta ai servizi alla persona. seguito a ruota dal turismo. Spiccano anche i servizi alle imprese, dove è soprattutto la tecnologia a fare da padrone, ma anche l’agricoltura e il commercio. Insomma, di fronte a un mercato del lavoro che non sempre favorisce il gentil sesso, le donne scelgono di non restare con le mani in mano ma di mettersi in gioco personalmente. Può accadere per passione, per tradizione familiare (diversi i casi in provincia in cui giovani laureate vengono inserite nelle imprese di famiglia), ma anche per necessità, spinte da un bilancio familiare che fa fatica a quadrare o da condizioni di lavoro dipendente poco soddisfacenti. Va anche detto che non si tratta di un percorso semplice. Conciliare lavoro e famiglia non è mai impresa da poco, così come non lo è sradicare quegli stereotipi per cui ci si fida di più di un imprenditore con i pantaloni piuttosto che con la gonna. Ma le donne non mollano.

«Hanno competenze e vogliono esprimerle»

«Io non mi stupisco che le donne varesine si mettano in gioco e diventino imprenditrici. Confermano una tendenza che è in atto da tempo e che proseguirà anche con maggior forza». Eliana Minelli, professore associato della Scuola di Economia e Management della Liuc-Università Cattaneo, conosce bene l’universo femminile e il suo stretto rapporto con la crescita economica.

«La verità – spiega la docente – è che le donne sempre di più vogliono trovare il loro spazio in cui esprimere le proprie capacità. Non solo. C’è un elemento importante che le differenzia dai maschi: studiano molto di più. Il che significa che hanno competenze e conoscenze maggiori e, a quel punto, vogliono farle fruttare». I numeri confermano questa tendenza. Nell’anno accademico 2017 – 2018 le ragazze laureate sono state più di 185mila, mentre i nuovi dottori si sono fermati a circa 141mila.

«Quella che mettono in atto le giovani donne oggi – continua la professoressa – è una sorta di liberazione sotto diversi punti di vista. Intraprendono una strada di autonomia. Le più fortunate entrano nell’azienda di famiglia, dove possono contare su capitale economico e relazionale. Ma sono numerose quelle che partono da zero. Per loro il percorso è ovviamente più difficile, ma non si tirano indietro». E non si pensi che le nuove generazioni si concentrino tutte sulle nuove tecnologie. Ci sono le menti informatiche, ma anche quelle più tradizionali. «Tanto di cappello ad esempio – sottolinea Minelli – a chi crea una impresa di pulizie, magari lasciando un lavoro da dipendente gestito in modo non adeguato. O a chi punta sulle attività tradizionali, legate all’agricoltura a cui poi affianca magari un agriturismo». Gli esempi, insomma, sono innumerevoli. Sullo sfondo resta un elemento importante: «Sta cambiando la visione delle organizzazioni familiari – conclude Minelli – Sempre di più uomini e donne in famiglia si scambiano i ruoli, sia con i figli che con i genitori anziani. Questa è una delle chiavi che consente alle donne di diventare imprenditrici».