Varese e Futuro Immobiliare – Alla ricerca di un lattaio

La Prealpina - 19/02/2020

L’agenda sul futuro di Varese e dintorni presenta, tra i suoi capitoli principali, il tema della rigenerazione urbana, oggetto della recente legge regionale numero 18 del 26 novembre 2019. Non si tratta della semplice riqualificazione di un immobile dismesso, ma di un insieme coordinato di interventi (urbanistico-edilizi, ambientali e sociali) finalizzati a migliorare la qualità di vita di comparti degradati, quale alternativa strategica all’occupazione di aree verdi. Analogamente alle altre leggi urbanistiche di ultima generazione (imperniate sul riuso dell’edificato, il contenimento del consumo di suolo, la custodia dei valori paesaggistici), anche quest’ultima iniziativa legislativa si propone di rimediare “alle colpe” delle leggi progenitrici, i cui effetti distorsivi – anche nella nostra provincia – sono sotto gli occhi di tutti: bulimica cementificazione, spopolamento dei piccoli centri, disequilibrio tra i format commerciali e la tradizionale identità dei luoghi. Ormai, nei centri storici dei nostri paesi non si trova più un lattaio! Ed è caccia al tesoro per scovare un fruttivendolo piuttosto che una merceria. Per la psicologia ambientale, i grandi contenitori periferici del consumo costituiscono “non luoghi” o “luoghi di nessuno”, vale a dire spazi anonimi, omologati nelle forme, senza una storia, privi un linguaggio, con i quali gli utenti non intrattengono e non sviluppano rapporti di identificazione e di cura. Al bar sotto casa, prendi un caffè da abitante; all’outlet, da consumatore. Il necessario cambio di direzione verso piani regolatori rigenerativi otterrà gli esiti auspicati in presenza di alcune pre-condizioni, nient’affatto scontate. Provo a sintetizzarne tre. 1. Occorre che gli ambiti di rigenerazione non vengano trattati – come talvolta accaduto nel passato – alla strega di mere piattaforme di edificato, scomponibili e ricomponibili in funzione della miglior soddisfazione dell’interesse del privato, all’esclusivo scopo di rimpinguare le casse comunali e senza un reale apprezzamento dei bisogni della collettività. Il territorio non può costituire “merce di scambio”. È l’interesse generale (per esempio, ad un teatro degno di questo nome) a dover orientale l’interesse particolare dell’investitore, non viceversa. 2. Alla valutazione di compatibilità del progetto, che nel concreto ha prodotto rotatorie e poco altro, va affiancata una verifica di qualità dell’intervento, nelle sue varie declinazioni: urbana, architettonica, sociale, economica, culturale. Non ha senso un rinnovamento urbano incompatibile con il genotipo del luogo, e quindi inadatto a porsi come elemento generatore di un armonico sviluppo del medesimo in termini di residenzialità, servizi, lavoro, coesione sociale. 3. Pur con realistico discernimento, e quindi fuor da qualsiasi dogmatismo ecologista (“eliminiamo tutti gli ambiti di trasformazione”), la rigenerazione urbana reclama politiche meno timide nella riduzione del consumo di suolo agro-naturale: appartiene all’ovvio la considerazione che costruire su terreni liberi costa meno che ricostruire. Secondo i dati dell’osservatorio di ISPRA, nel 2018 in Lombardia sono stati impermeabilizzati 633 ettari: se la calcolatrice non mi inganna, computando domeniche e festivi, fanno circa 17.342 metri quadrati al giorno. La relativizzazione del dato su base demografica o reddituale giova solo ai venditori di calcestruzzo.