Valganna, i segreti della Sfinge

La Prealpina - 07/09/2020

Hanno scoperto un nuovo ingresso, hanno temporaneamente svuotato ambienti sotterranei ricolmi d’acqua, esplorando per la prima volta zone inaccessibili da centinaia di anni, nelle quali il tempo pare essersi fermato. E, infine, hanno realizzato un rilievo tridimensionale della cavità, il quale ha permesso di localizzare altri ingressi inediti e diversi collegamenti interni tra cunicoli, separati da alcune frane. Tanto che queste scoperte, così come altre, sono state considerate così di valore da essere raccolte in una corposa monografia della British Archeological Reports di Oxford, intitolata “Antro delle gallerie, indagini di archeologia mineraria in Valganna”. Insomma, l’Antro delle gallerie della Valganna che, per i suoi segreti, prende il nome di “Sfinge della Valganna”, oggi, è un po’ meno misterioso. A partire dallo sgombero di ogni ipotesi di presenza aliena o accesso verso altri mondi. Gli X-Files della Valganna resteranno nel cassetto ma, al loro posto, c’è qualcosa di molto concreto. Concreto come il progetto “Antro 2.0”, portato avanti dai ragazzi di Unex Project: una sezione composta da cinque esploratori del Gruppo Grotte del Cai di Gallarate, specializzati nel filone della speleologia che cerca, studia e si avventura nelle cavità artificiali e non in quelle naturali, come invece avviene nella speleologia tradizionale. In questi anni il quintetto composto da Cristian Mazzucchelli, Daniele Pellizzaro, Simone Bertesago, Alex Briatico ed Elena Tamolli si è concentrato proprio sulla Valganna e su questo luogo situato nei pressi dell’Alpe Cuseglio. «L’obiettivo – spiega Mazzucchelli – era quello di proseguire nei rilievi dimensionali della cavità, utilizzando le nuove tecnologie. Fino a pochi anni fa si potevano usare soltanto strumenti tradizionali come i clinometri, le bussole e le bindelle, oggi abbiamo portato avanti il lavoro con un rilievo 3D del sito, grazie ai distanziometri laser, alla verifica dei dati in tempo reale sul tablet direttamente in loco e all’eventuale rielaborazione dei dati sul computer. Il risultato è che, oggi, siamo riusciti a scoprire un totale di 1.600 metri di cunicoli, grazie a una quarantina di spedizioni, in cui abbiamo mappato, liberato e aperto dei nuovi collegamenti interni e con l’esterno al complesso dedalo sotterraneo. Prima delle nostre campagne, per esempio, si era a conoscenza di un solo ingresso percorribile, oltre ad un altro franato e individuato negli anni Sessanta. Oggi, oltre a questo, grazie al rilievo, ne abbiamo trovati altri tre, di cui uno riaperto e due ancora occlusi. Entrambi, però, sono in posti poco sicuri e per noi la sicurezza e la valutazione del rischio viene prima di tutto». Insomma, sono stati rilevati, ma dovranno essere esplorati nelle prossime eventuali campagne di ricerca. D’altronde la Sfinge della Valganna non sarebbe tale, se non continuasse a nascondere qualche segreto. «Noi abbiamo esplorato e mappato – aggiunge ancora l’esponente di Unex Project – quello che ad oggi era raggiungibile con i mezzi e con la forza lavoro a disposizione, valutando attentamente i rischi. Sappiamo che ci sono zone del tutto inesplorate, ma molto pericolose o fortemente allagate. Più di così non si poteva proseguire: ad esempio, per svuotare gli ambienti sotto il famoso “Pozzo Quadro”, ci abbiamo impiegato quattro giorni, e intanto che vuotavamo, lui (più lentamente) tornava a riempirsi». Insomma, una bella impresa portata a conclusione tra sudore e fango, tanto fango. «Il nostro obiettivo, era riuscire a fare una sintesi di tutti i lavori frammentati svolti in passato, mettendoci anche le nostre scoperte, in modo da lasciare un nuovo punto di partenza per chi verrà dopo di noi. Nel frattempo, oltre l’elaborato di Oxford, per ottobre sarà pronto un piccolo volume dal carattere informale dal titolo “Antro delle gallerie – guida pratica a uso dell’esploratore” che verrà reso disponibile on line in modo completamente gratuito, per tutti coloro i quali vogliano approcciarsi a questa misteriosa cavità».

Da qui la materia prima per il vetro di Venezia?

 Il mistero più grande relativo all’Antro delle gallerie riguarda il suo utilizzo in passato. Era forse un cimitero paleocristiano? Un luogo di ricovero? Una miniera? Un luogo di difesa? E ancora: si è ipotizzato fosse un sito che affondi le proprie radici in epoca celtica o romana, una necropoli o ancora, una cava per la costruzione della vicina Badia di Ganna. Unex Project non vuole escludere queste possibilità ma, dalle ricerche, è emersa un’altra tesi con un valido fondamento scientifico: è certo, infatti, che fra il Quattrocento e il Cinquecento, il sito alle porte di Varese è stato una miniera di arenaria quarzifera.

Il motivo? Anche altre cave estrattive del genere, in giro per l’Europa e risalenti a quel periodo, hanno le stesse caratteristiche del “cugino” prealpino. «In quel periodo – dice Cristian Mazzucchelli – l’industria del vetro era molto sviluppata in area lombarda per l’allora Repubblica di Venezia. E dove si ricavava la materia prima per questa industria? Dalla documentazione storica si evince che era ricavata prevalentemente dalla raccolta dei cosiddetti “cogoli” (sassi, ma contenti agglomerati di quarzo, ndr) di fiume, i quali, “pescati”, frantumati e polverizzati con un processo articolato e costoso, fornivano la materia prima per l’industria pregiata del vetro».

L’arenaria quarzosa dell’Antro delle gallerie è nella sostanza del tutto simile al cogolo di fiume, ma risultava già in frammenti e questo aveva un duplice vantaggio, era facilmente trasportabile e non era soggetta a concessioni e accordi commerciali, a differenza della pesca dal fiume, quindi in buona sostanza costava meno e rendeva di più.