«Una zona franca sul confine»

- 28/09/2016

Una zona franca per tutelare i lavoratori lombardi. La chiede il governatore Roberto Maronia Matteo Renzi e oggi invierà «ufficialmente» a Palazzo Chigi un sollecito per intervenire sulla Legge di Stabilità 2017 allo scopo di inserire il dettato normativo approvato a suo tempo dal consiglio regionale. Era l’8 luglio 2014 quando passò la proposta di legge al Parlamento per l’istituzione delle zone economiche speciali (Zes) «nelle aree territoriali della Lombardia confinanti con la Svizzera». Quel testo è rimasto lettera morta. Maroni lo tira fuori e lo mette sul tavolo del governo perché bisogna correre ai ripari dopo l’esito del referendum in canton Ticino che ha bocciato i frontalieri. Tutti dicono che quel no agli italiani non ha effetti immediati, intanto però sale la preoccupazione tra i lavoratori lombardi che ogni giorno varcano il confine. Per questo Maroni chiede che la fascia di confine sia tutelata con agevolazioni per le aziende. Si va dall’esenzione della tassazione sui redditi per i primi otto periodi di imposta all’azzeramento dell’imposta regionale sulle attività produttive e dell’imposta unica comunale per cinque anni, oltre alle riduzioni dei contributi sulle retribuzioni del lavoro dipendente e all’esenzione completa delle imposte doganali.

Queste le misure richieste più di due anni fa e rimaste in qualche cassetto. Le rilancia Maroni perché la zona franca, arrivati a questo punto, è l’unico salvagente al quale appigliarsi per cercare di dare sicurezza a chi ha un impiego in Svizzera. «La legge consente ai lavoratori lombardi di rimanere qui e di non fare i pendolari», spiega il presidente della giunta lombarda. Sarebbe bello, verrebbe da dire. Ma la realtà, spesso, è più complessa di come viene descritta. Si inseriscono mille fattori, primo fra tutti il dumping salariale (cioè la pressione verso il passo degli stipendi), la prevedibile levata di scudi di altre aree che vorrebbero diventare Zes (zone economiche speciali), poi le normative sempre più asfissianti degli stati. Un ginepraio dal quale Maroni vorrebbe uscire con un quadro netto, a difesa dei lombardi. Ma non è così facile. Agli ingredienti già presenti per garantire l’esplosività della miscela su un simile argomento, si aggiunge la politica. È il segretario regionale del Pd e consigliere regionaleAlessandro Alfieri a togliere la maschera al presidente Maroni, chiamando in causa «l’evidente contraddizione tra le due leghe, quella di Salvini e quella dei Ticinesi». Insomma, l’idea di zona franca non sarebbe nient’altro, secondo lui, che «un tentativo di depistaggio» per sviare l’attenzione rispetto a due posizioni che, nella tutela locale, entrano in contrasto. Peccato che «sul palco di Pontida presenziavano, tra tutti gli onori, esponenti della Lega dei Ticinesi, promotori del referendum».

Al di là della politica, però, c’è un caso da risolvere, quello della difesa dei lavoratori frontalieri. Alfieri non boccia in toto l’idea della zona franca ma chiede che sia inquadrata in un contesto nazionale. «Anche Sala ha chiesto che l’area ex Expo possa essere tax free», ricorda. Quindi la proposta di Maroni può essere buona solo se affrontata in un quadro generale, d’intesa con il governo. Cosa che finora non è avvenuta. «Prima la Lega prenda le distanze dai gruppi che hanno promosso il referendum in Ticino, poi ne parliamo».

Intanto ieri in consiglio comunale è andata al voto proprio una mozione del Pd per applicare una serie di misure in difesa dei frontalieri. Tutto ciò alla luce di accordi e leggi vigenti che sostengono «libera circolazione e parità di trattamento». Il documento, dopo ampio dibattito, è stato bocciato. Ne è passato un altro sul cabotaggio, proposto dalla maggioranza. E si tornerà presto a parlare di questi temi. Che nasca o meno la zona franca.