Una piazza moderna, nobile e armoniosa Che stregò anche il grande Carlo Emilio Gadda

La Provincia Varese - 20/02/2017

Nel cuore della città, Piazza Monte Grappa, la piazza varesina per eccellenza, non ancora ultimata, apparve già piena di fascino a uno scrittore come Carlo Emilio Gadda. L’autore di “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana”, scrittore e giornalista ma anche ingegnere, conobbe Varese durante gli anni del suo lavoro per l’Ambrosiano e nell’ottobre del 1935 scrisse per il periodico milanese un articolo sullo stato dei lavori: «[…] la stupenda città delle nostre Prealpi dai risorgenti ricordi garibaldini è passata alle vive realizzazioni fasciste […], già si elevano gli edifici nuovi e pur nella incompiutezza della loro mole, rivelano la modernità e la nobiltà del disegno […]» e più avanti «[…] sanissimo e dirò anzi geniale ed esemplare il criterio che l’Amministrazione del Comune ha adottato per la sistemazione della piazza […]». La maniera razionalista Sono anni dinamici e realizzatori per l’architettura pubblica, quelli del 1928-1938. Senza profluvi di discussioni oziose. Si aprono con il Congresso Nazionale di Studi Romani che avvia la riflessione per la ricerca di un linguaggio espressivo nazionale per le opere pubbliche che finirà per modellare una architettura inconfondibile. Quella della maniera razionalista: perfetta armonia di forme austere e nobilissime; caratterizzata dall’uso sontuoso dei materiali costruttivi che a seconda della disposizione e del colore caratterizzano la texture decorativa dell’edificio insieme alla forma e alla disposizione delle aperture e al movimento dei volumi. A Varese nel 1928 venne approvato dall’Amministrazione il piano regolatore della zona centrale redatto dall’ingegner Vittorio Morpurgo con la direzione dell’ingegnere Vincenzo Alliaud capo dell’Ufficio Tecnico del Comune e nel 1934 venne bandito un concorso nazionale per il progetto degli edifici e la direzione artistica per la sistemazione della nuova piazza Monte Grappa . Un opera degna La sfida era quella di realizzare una piazza degna della città Capoluogo di Provincia nell’area un tempo occupata da piazza Porcari, circondata da un intricato tessuto urbano con edifici di diversa epoca (dal Medioevo) e tipologia, ritenuti sgangherati e fatiscenti, già di proprietà del Comune e interessati da radicali interventi di demolizione. Altre opere significative verranno realizzate negli stessi anni. Il bando richiedeva ai concorrenti di ispirare i loro progetti allo «stile architettonico che segnando l’epoca presente si ispiri al gusto e alle tradizioni italiane» e anche «[…] bene rispondente ad una pratica realizzazione da parte dei privati acquirenti dei terreni per la loro migliore utilizzazione». Quest’ultimo aspetto colpì Gadda che, come ricordato, giudicò esemplare il criterio: in pratica il Comune stabilì nel bando che il prezzo di cessione delle aree ai privati doveva essere equo e tenere conto del vincolo imposto per la realizzazione degli edifici che devono risultare un insieme armonico almeno nelle facciate. Venne addirittura prefissato un tetto ai compensi del progettista vincitore a carico dei privati. La firma di Loreti Al concorso vennero presentati sedici bozzetti. Nella prima seduta la Commissione esaminatrice non raggiunse un verdetto definitivo: selezionò cinque progetti poi esposti nel Salone Estense e in seconda seduta venne proclamato vincitore il progetto dell’ingegner Mario Loreti, non senza qualche dissidio estetico. Interprete emblematico e prolifico del nuovo stile architettonico, Loreti iniziò l’attività di progettazione negli anni Venti lavorando nella fabbrica di mobili della famiglia con un repertorio formale improntato all’eclettismo, come richiedeva il mercato, che abbandonerà invece per quanto riguarda la progettazione degli edifici. La piazza varesina rappresentò uno degli interventi a carattere pubblico, da lui firmati, meglio riusciti. Il progetto, che come consuetudine dell’epoca ha un motto “Ardisco”, realizzò ai lati della piazza due quinte di edifici che si affrontano, chiuse sul fondo dal palazzo delle Corporazioni (oggi Camera di Commercio) e sul lato opposto, oltre la strada, il palazzo della RAS e della Previdenza Sociale. Il volume della Torre Littoria, con l’orologio e la campana per le adunate, concluso nel 1937, si innesta sulla facciata del palazzo Castiglioni (dal nome del proprietario) e rappresenta in qualche modo il simbolo laico della città, contrapposta con i suoi quasi 60 metri di altezza al campanile del Bernascone. n