Una Gallarate da bere

La Prealpina - 09/09/2020

Ma cosa ci sarà al posto del Liverani? La domanda si rincorre da giorni in via Manzoni e non solo: nello spazio che ha ospitato lo storico negozio di giocattoli è in corso una ristrutturazione che accende la curiosità. La risposta è questa: «Apriamo un bacaro veneziano, una cicchetteria, e si chiamerà Dorsoduro come il quartiere di Venezia». Lo spiega Nicola Oldrini che, con due soci, arriva da Varese per conquistare Gallarate e avrebbe già avviato l’enogastronomia con cucina se non ci fosse stato il lockdown. Del resto, l’emergenza pure in città ha frenato tutto. Ma non bloccato. Lo dimostra la nuova proposta che si aggiunge ai numerosi ristoranti, bar ed enoteche spuntati in rapida successione con il crescere di una richiesta dettata dal movimento continuo in centro. Ora la movida è soltanto serale, ma il potenziale rimane intatto. Infatti, Oldrini aggiunge convinto: «Questo può diventare un food district».

Una Gallarate da bere, e da mangiare, insomma. Un distretto del cibo che possa trainare tutto il resto. Bastano due passi in via Manzoni per capire che il ragionamento ha fondamenta concrete e che la funzione di traino diventa una necessità: in quella che era la strada delle vetrine della moda oggi i negozi chiusi con spazi in affitto o in vendita sono sei, un intero palazzo compresi gli spazi commerciali al pian terreno è in fase di riqualificazione, quelli attivi rimangono una decina, però la varietà è diminuita e qualcuno è in difficoltà, mentre i locali in cui bere o mangiare saranno presto cinque e potrebbero aumentare.

Tutto intorno, tra via Postcastello, Postporta, Mercanti, Mazzini, Verdi, piazzetta Guenzati, piazza Ponti e largo Camussi è un fiorire di locali. Addirittura nella piccola piazza Ponti ce ne sono tre uno vicino all’altro in cui pranzare e cenare.

Bene o male funzionano tutti. In particolare dall’ora dell’aperitivo in poi. Perché a Gallarate continua ad arrivare gente da ovunque, ma adesso il movimento è soltanto serale. Durante il giorno, causa lo smart working tuttora diffuso, c’è poco in giro. La sfida è tornare a riempire il centro anche a pranzo.