TRIESTE Patto bipartisan in Consiglio comunale per la Camera di commercio

Altra Testata - 11/07/2017

Una serata epocale, per certi versi. Perché per un’unanimità in Consiglio comunale a Trieste bisogna tornare indietro a tanti, tanti anni or sono. Ma anche perché, forse, ci si sta rendendo conto che quando si è assediati bisogna reagire congiuntamente.

Antonio Paoletti, presidente della Camera di commercio Venezia Giulia è uscito ieri sera da Palazzo Cheba decisamente ringalluzzito. A prescindere dall’importanza del voto finale alla mozione urgente sul tema, che clamorosamente lancia un messaggio alla presidente Debora Serracchiani e a chi gestisce l’ipotesi di un unico ente camerale in Friuli Venezia Giulia.

Fuori da logiche di campanile, Paoletti ha solo ricordato, nell’audizione davanti al Consiglio, che la Camera di commercio Venezia Giulia era nata «per tutelare le specialità geoeconomiche dei territori». E che dunque, prima di andare giù di mannaia sul «Piano di razionalizzazione delle Camere di commercio italiane», bisognerà sentire tutte le controparti. L’audizione era stata chiesta dal gruppo di Forza Italia per definire le azioni da intraprendere per tutelare l’autonomia organizzativa e le soluzioni di razionalizzazione più confacenti al territorio triestino e isontino.
E anche per far notare come nei fatti le due realtà, triestina e isontina, avessero precorso i tempi della fusione come prescritto. «Le Camera di commercio di Trieste e Gorizia – ha ricordato Paoletti – si sono fuse iniziando tale percorso già nel 2014, con l’obiettivo di unire le istituzioni per unire un territorio storicamente, culturalmente ed economicamente compatibile e rafforzarne le specialità».

«Essendo nata il 6 agosto 2015 – ha aggiunto – la Camera di commercio Venezia Giulia, nel piano approvato da Unioncamere nazionale trova tutela al pari degli altri enti camerali già accorpati in Italia, in quanto il piano riprende le tutele normative stabilite per le Camere di commercio che hanno seguito già nel 2014 le indicazioni ministeriali, addivenendo ad accorpamenti fondati su quelli che sarebbero stati i contenuti della riforma stessa». Come dire: abbiamo fatto tutto secondo le regole, dove sta il problema?

Il problema, in realtà, ha un nome e Paoletti non ne ha fatto mistero. «Diciamola tutta: l’ente camerale di Pordenone non ne vuol sapere di accorparsi con quello di Udine, come previsto. Hanno lanciato una mobilitazione con 50 sindaci, parlamentari, il mondo. Ma non è che a causa loro adesso la Regione farà marcia indietro, tornando all’ente unico?».

In aula, dibattito blando. Subito impostato verso il pieno gradimento della mozione dai banchi del centrodestra ma, a sorpresa, anche dall’opposizione. Così Paolo Menis del M5S ha espresso parere favorevole, mentre Roberto Cosolini del Pd si è detto d’accordo su quanto espresso, «ma non in un’ottica di separazione», e la civica Maria Teresa Bassa Poropat ha rimpianto il tempo «in cui si poteva ancora pensare di accorpare le province di Trieste e Gorizia».
Tutto fatto? No, la politica non è semplice per definizione. Il Pd ha chiesto un quarto d’ora di sospensione per chiarimenti in seno al gruppo, accordato. Al rientro è bastata

l’aggiunta di un emendamento minimale al testo, approvato sia da Piero Camber che da Alberto Polacco, primi proponenti, ed è andato tutto via liscio: 30 voti su 30. Stai a vedere che nevica in luglio?