Studio Festi I signori delle feste di piazza

La Prealpina - 31/08/2017

Un congedo, non un addio. Sicuramente una comparsata, dopo anni di assenza pubblica, per ricordare. E per ricevere la riconoscenza della comunità di Velate alla quale hanno donato, senza interesse proprio, caso mai per accompagnare progetti parrocchiali, scampoli straordinari della loro arte.

Nel borgo caro a Guttuso, Valerio Festi e Monica Maimone (nele foto Blitz), sovrani delle feste di piazza, hanno abitato e lavorato. Dalle stanze della Villa Zambeletti, ora venduta a un affidabile personaggio locale, essi hanno ideato i loro spettacoli andati in scena nel mondo: Brasile, Africa, Giappone e naturalmente Italia.

Qualche esempio: la cerimonia per i 25 anni di pontificato di Giovanni Paolo II a Roma, l’apertura delle Olimpiadi invernali a Torino. Ma a beneficiare di questo impegno culturale è stata anche Varese città quando nel 2008 in un ippodromo gremito s’inaugurarono i Mondiali di ciclismo. Indimenticabile quell’acrobata che pedalava nel cielo buio, sorretta da cavi d’acciaio invisibili; stampate nella memoria collettiva per sempre le ondine che nuotavano in enormi sfere trasparenti sollevate da terra e quelle dame vestite di bianco, testa e braccia piccole su troneggianti abiti a cono che sfilavano lungo la pista di lì a poco percorsa dal vincitore della competizione. Un italiano, Alessandro Ballan.

L’officina della bellezza

Giochi di luci, esercizi ginnici di incommensurabile leggerezza. Ora i Festi e il loro staff di attori, ballerini, registi, tecnici del palcoscenico, lasciano la residenza-laboratorio che per quindici anni è stata officina della bellezza universale. E’ un’altra epoca, sono cambiati gli scenari economici, la vita è un ciclo, anche quella della gente di spettacolo. E allora si va a caccia di nuovi spazi, di nuovo stimoli. Sicuramente, soprattutto per professionisti di talento, non muore la fantasia, non si spegne la ricerca. Da Varese i Festi hanno scritto un pezzo di storia. Averli avuti concittadini dove la cultura d’impresa contempla campi d’applicazione diversi dal cimento artistico, è stata esperienza irripetibile, oltre che imprevedibile.

Una volta, Monica Maimone, consegnò ai nostri taccuini l’amarezza per il declino della cultura della festa popolare. Eravamo a Velate in un salottino della villa di campagna appartenuta agli Zambeletti, industriali milanesi della farmaceutica, ribattezzata Villa Ipazia. Fu lo sfogo di una donna colta e misurata, dolce ed efficiente, preoccupata della morte civile delle piazze: «Erano il luogo del divertimento, della memoria, della politica, adesso non sono più niente e non sono più nostre. Andate davanti al Duomo di Milano e troverete africani che vendono borse e cinture. Andate alla Fiera degli Oh Bej Oh Bej: di milanese non ha più nulla». Crisi di solitudine? «No, crisi d’identità particolarmente accentuata nel profondo Nord. A parole qualcuno questa identità ci si sforza di ripescarla. Risultato? Riflettori sulle tradizioni altrui. Mi chiedo: che c’entrano? E le sagre della civiltà contadina? E gli eventi dell’età rinascimentale e barocca? Roba nostra, cultura italiana. Tutto perso».

Fuochi d’artificio, macchine volanti

Dovevamo parlare di fuochi d’artificio, macchine volanti, acrobati e palcoscenici con la moglie di Valerio Festi, un Fellini delle feste di popolo.

Dovevamo raccontare come avevano fatto un arcimboldo emiliano e una fata lombarda, a impiantare in pochi anni una multinazionale degli spettacoli e delle processioni religiose: San Nicola a Bari, Santa Rosalia a Palermo, la Festa del Cielo in Giappone, quella degli Angeli a Mosca.

E invece il discorso scivolò sulla nostalgia della piazza.

La piazza che il matto del paese diceva «è mia, è mia» nel Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, la piazza che Siena celebra col suo Palio e che la maggior parte degli altri comuni d’Italia ha dimenticato, ridotto a deserto.

Al Quirinale c’era Carlo Azeglio Ciampi: prima che si esaurisse il suo settennato voleva dotare gli italiani di una festa nazionale vera come l’Independence Day americano e la Bastiglia per i francesi. Ardua impresa alle nostre latitudini.

Sagre sacre e profane

Prendiamo il 25 Aprile: non è ancora festa per tutti. Monica spiegò come avesse senso, in Italia, coltivare il desiderio del presidente: «Siamo il Paese dei comuni e i comuni, dal Medioevo in poi, sono cresciuti attorno alle loro piazze. Lì si dichiaravano le guerre, lì si sancivano gli armistizi, lì i maestri della pittura, della scultura, della musica avevano le loro botteghe d’arte. E lì si svolgevano quelle sagre, sacre e profane, che solo il Sud ha mantenuto vitali. Li aveva anche il Nord questi eventi, piano piano la rivoluzione industriale, l’urbanizzazione delle campagne hanno cancellato tutto».

Utopia: la globalizzazione era dietro l’angolo, l’immigrazione cominciava a cambiare i connotati delle nostra società, stava per esplodere il Big Bang finanziario a New York. Ancora Monica: «State tranquilli che gli stranieri non rinunciano alle loro usanze insediandosi in una nuova patria. Andrà a finire che avremo feste musulmane, slave, africane e non avremo più le nostre. Quanto alla globalizzazione assistiamo a fatti incredibili: ad esempio Halloween. L’abbiamo presa di peso dalla cultura anglosassone e trasfigurata. Quella sera i nostri ragazzi vanno in discoteca infischiandosene dei significati autentici della festa. Conoscono lo slogan: dolcetto o scherzetto. Tutto qui». Ma che cosa ci vuole, oltre al talento, perché non appassisca il fiore delle feste popolari? La risposta fu inequivocabile: «Ci vuole l’impegno degli intellettuali che se opportunamente coinvolti rispondono. Ci è capitato di avere la collaborazione di Luciano Berio, di Morricone, di Zubin Metha per musicare giochi d’acqua in occasione di eventi speciali come le Colombiadi a Genova o la presentazione dei restauri della facciata di San Pietro a Roma. E voglio ricordare il Don Giovanni di Gigi Proietti a Piazza del Popolo. La strada è questo connubio tra facitori di feste, come amiamo chiamarci, e cultura. Le pubbliche amministrazioni devono promuovere progetti validi, eventi significativi. I soldi si trovano».

Da Varese nel mondo

I Festi, (quando si dice il destino del nome), da Varese hanno lavorato nel mondo: li aspetta San Pietroburgo per i cento anni dalla Rivoluzione d’ottobre. Qui si sono innamorati del Sacro Monte, ai piedi del quale hanno avuto il loro quartier generale, una lussuosa residenza patrizia abitata da loro e da una muta di cani labrador, la passione di Monica. In quel colloquio saltò fuori l’idea di far «parlare le pietre secolari, far cantare a ogni cappella la sua storia seguendo la trama dei misteri del Rosario, dolorosi, gaudiosi, questo sì. Estate, esterno notte: un gruppo musicale davanti a ogni cappella, musiche appropriate alla santità dei luoghi naturalmente». Finale della chiacchierata con un interrogativo: “«Ci siamo chiesti perché il Lago Maggiore abbia dato i natali a tutti quei comici Boldi, Salvi, Pozzetto, Svampa, Fo, Iacchetti. Coincidenze? Credo di no. Quella è una zona di confine, una terra di passaggio. La trasfigurazione bertoldesca del reale è stata, storicamente, una maniera di vivere, di sopravvivere, di difendersi, di passarla liscia fingendo di non capire . Si è formato un patrimonio genetico che ha dato luogo a maschere, a macchiette, a tipi singolari capaci di grande autoironia. Non abbiamo certezze, cerchiamo di interpretare un fenomeno».

Una certezza, invece, l’avevano i Festi: nessuno è mai riuscito a far diventare evento sul Verbano un festival della comicità. Magari chiamandolo semplicemente: Riso di lago.

Scelti da Putin per celebrare i cento anni della Rivoluzione

È stata l’abile, silenziosa regia di don Adriano Sandri a promuovere, in occasione della festa di fine agosto a Velate, l’incontro con Valerio e Monica Festi. Buio nella sala afosa dell’oratorio, su uno schermo le immagini degli spettacoli più significativi della coppia (a Varese per quattro serate consecutive andò il scena “Il Giardino segreto” ambientato nel parco di Palazzo Estense), poi l’annuncio della fine di una parentesi, non l’addio all’attività. Valerio e Monica sono attesi a San Pietroburgo dove hanno avuto l’incarico di imbastire la cerimonia che ricorda i cento anni da un evento storico di grande portata: la rivoluzione d’ottobre, la fine del dominio degli zar, l’inizio di una nuova era che ha segnato i destini dell’Europa. Da mesi i Festi sono in contatto con il governo di Putin. Il cimento non è facile: censure e condizionamenti sono prevedibili. Ma l’intenzione è di mettere l’accento, Cremlino permettendo, sul ruolo fondamentale che la letteratura, la pittura, il teatro, assai vivaci a Mosca sul declino dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno avuto nell’accompagnare quella rivoluzione. Nel determinarla forse, nell’indirizzarla certamente. In qualche modo la cultura riuscì a far giungere i suoi messaggi, muovendo dai salotti della capitale e raggiungendo, gli angoli più isolati della sterminata campagna russa. Ci furono la ribellione, il sangue, le sciabole dell’esercito contro i forconi contadini. Poi il rovesciamento della monarchia: per alcuni mesi la Russia fu sconvolta da conflitti tra i partiti politici e dalla crescente disgregazione militare ed economica. L’insurrezione, avvenuta tra il 7 e il 8 novembre (25 e 26 ottobre del calendario giuliano) 1917 a Pietrogrado, si concluse con successo; i bolscevichi formarono un governo rivoluzionario presieduto da Lenin e furono in grado di estendere progressivamente il loro potere su gran parte dei territori del vecchio impero zarista. La reazione armata delle forze controrivoluzionarie e l’intervento delle potenze straniere provocò l’inizio di una cruenta a guerra civile che si concluse con la vittoria bolscevica tra il 1921 e il 1922. Come riusciranno a ricostruire quell’evento i Festi è ovviamente top secret. Il fatto che Mosca abbia pensato a loro è motivo di orgoglio nazionale. Ancora una volta la festa italiana in prima fila nel mondo.