Strage di negozi in provinciaIn 10 anni spente 1.500 vetrinema intanto il turismo fa boom

La Prealpina - 14/09/2017

È un’immagine in bianco e nero quella che restituisce la Confesercenti nella sua indagine sul commercio degli ultimi dieci anni: dal 2007 a oggi in provincia sono scomparsi 1.500 negozi, quasi il 17%, ma al contempo hanno avuto un’impennata ristorazione e turismo. Meno commercio tradizionale, più ricettività. La grande recessione ha trasformato il volto delle città, modificando la composizione delle attività urbane e “scambiando” le vetrine dei negozi con pub, bar, ristoranti e attività turistiche. Quelle attività sono state dunque parzialmente sostituite.

Una scure che si è abbattuta in modo diverso nei vari settori: a pagare il prezzo più alto sono stati tessile, abbigliamento e calzature. Giù anche i negozi di ferramenta e materiali per costruzioni e giornali, mentre, tra i dati positivi, si segnala l’aumento del numero di negozi di informatica e telecomunicazioni e, soprattutto, delle attività commerciali fuori dai mercati e dai negozi.

«A dare un colpo al commercio, oltre la recessione, è stato anche il regime di deregulation dei giorni e degli orari di apertura introdotto a partire da gennaio 2012 dal Governo Monti – prosegue la nota della sede territoriale di Confesercenti Regionale Lombardia -. Una liberalizzazione insostenibile per i piccoli, e che ha favorito solo la grande distribuzione».

Il rovescio della medaglia è però positivo: sul fronte dei pubblici esercizi e del turismo, infatti, si assiste ad una forte crescita di quasi tutte le tipologie. Dal 2007 ad oggi aumentano i ristoranti e le imprese di ristorazione; nella nostra provincia si conta un + 286 attività con un incremento del 6%. Particolarmente rilevante la crescita di b&b e affittacamere: solo negli ultimi cinque anni hanno registrato un’impennata di circa il 60% e si prevede che, da qui al 2021, il numero sia destinato a salire ancora del 23%. Una piccola rivoluzione con il proliferare di imprenditori.

Ma proprio sulle nuove tendenze il presidente varesino di Confesercenti avverte: «Quelle 1.500 chiusure in parte si possono spiegare con quanti si sono improvvisati – dice Christian Spada -. Stiamo attenti dunque ai dati drogati: in un certo periodo ci sono state molte aperture anche per colpa di cattivi consigli, ma non tutti hanno resistito». Eppure il commercio ha ancora qualcosa da dire in centro: «L’importante è essere bravi imprenditori – precisa Spada, attivo nel settore immobiliare -. La grande distribuzione non è il male supremo, sicuramente ha causato dei problemi ma non possiamo continuare a lottare contro i mulini a vento. Quel mercato non si può arrestare: piuttosto diversifichiamo le attività storiche se ci accorgiamo che non hanno futuro, scegliamo altri tipi di business sfruttando la nostra location in centro. Sul boom della ricettività, dico che c’è ancora molto da fare per rendere davvero Varese turistica. La ristorazione? È ottima, sta crescendo ed è persino più elevata di zone molto più turistiche come Como».

 

Soltanto la Lombardiaora dimentica la crisi

 

Anche se la produzione industriale è in forte crescita e la stagione turistica è stata da incorniciare, all’appello manca ancora la ripresa della spesa delle famiglie, che è tornata sopra i livelli del 2007 solamente in poco meno di un quarto delle regioni italiane. Tra queste regioni figura la Lombardia, dove è stato colmato il gap con il pre-crisi. Se nel 2007 la spesa media delle famiglie lombarde era di 36.648 euro – così emerge da un’indagine condotta da Confesercenti a partire da dati Istat ed Eures-Cer sull’impatto regionale della grande recessione dei consumi che ha colpito l’Italia negli anni scorsi-, al 31 dicembre del 2016 la spesa media era di 36.485 euro. Praticamente la stessa cifra, anche se in difetto di 163 euro.

A livello assoluto, la Lombardia era seconda in classifica nel 2007 ed è seconda anche a nove anni di distanza: prima a precederla c’era il Veneto (dove a fine 2016 il buco del budget familiare si attestava a -4.881 euro), ora il primato è appannaggio del Trentino-Alto Adige, la cui spesa media annuale si è attestata a 36.885, quasi 2.500 euro in più rispetto al decennio precedente. Rispetto alla Lombardia, sono tornate a spendere più di quanto facessero prima della crisi solo le famiglie del Trentino-Alto Adige, della Liguria, della Basilicata, dell aValle d’Aosta, dell’Emilia Romagna e della Toscana. Anche se il recupero è avvenuto con differenti intensità. La maglia nera va alle famiglie umbre, la cui spesa media annuale, nell’ultimo anno disponibile, è stata inferiore di -5.711 euro al dato registrato nel 2007. A poca distanza c’è la Calabria (-5.628 euro di spesa media) e il Veneto. Viste le diverse dinamiche nei singoli territori, la crisi dei consumi ha contribuito ad ampliare i divari di spesa tra le varie regioni d’Italia. Nel 2007 la differenza annua tra Trentino Alto Adige e Calabria, rispettivamente la regione più ricca e più povera, si attestava a 8.350 euro: oggi è di quasi 16.500, il 97% in più. Un aumento che porta la spesa media delle famiglie calabresi ad essere poco più di della metà (il 54%) di quella dei trentini.