Stipendio “svizzero” nel Luinese

La Prealpina - 23/03/2018

Fuga di cervelli dall’Italia. Ne parlano tutti. Ma c’è un altro esodo che che riguarda più da vicino la provincia di Varese e nello specifico i territori al confine con la Svizzera: la fuga delle professionalità. Si tratta di operai specializzati, quindi formati per anni nelle imprese locali, che sentono il richiamo delle sirene svizzere. Un richiamo che si traduce in stipendi più alti. Il contraccolpo? Le realtà artigianali dell’Alto Varesotto perdono il “capitale umano” di maggior valore e questo determina, a volte, la chiusura. Vedere per credere i capannoni, in Valcuvia e nel Luinese, rimasti abbandonati. Che fare? Ecco un progetto di legge, frutto di un lungo lavoro di analisi della situazione e di stesura giuridica della proposta, che mira a trattenere la manodopera rendendo competitivo, qui, il salario rispetto alla vicina Confederazione. Il meccanismo è (relativamente) semplice: defiscalizzare la retribuzione a vantaggio del netto in busta. Il progetto di legge, denominato “aree di confine”, è stato presentato ieri nella sede varesina di Confartigianato. Il testo, come detto, scaturisce da un confronto capillare con i Comuni e le realtà produttive che si trovano entro i 20 chilometri dalle dogane con il Canton Ticino. Confartigianato imprese Varese, regista dell’iniziativa, conta sul sostegno dei sindaci per far decollare una normativa che già è stata sottoposta, in via informale, agli enti superiori (Regione Lombardia, Stato italiano, istituzioni europee), riscuotendo pare segnali di apertura. Si può fare o almeno si deve provare. Ne hanno parlato il vice presidente di Confartigianato imprese, Antonio Ziliotti, con l’avvocato Claudia Chiuppi, responsabile servizio amministrazione personale, il sindaco di Arcisate, Angelo Pierobon, e quello di Lavena Ponte Tresa, Massimo Mastromarino, che è anche presidente di Acif (Associazione comuni italiani di frontiera), il presidente della Comunità montana Valli del Verbano, Giorgio Piccolo, e il presidente della Comunità montana del Piambello, Maurizio Mozzanica. Arcisate ha dato per prima una sorta di start approvando all’unanimità, lunedì, in Consiglio comunale, il testo del progetto di legge. Dal basso, ora, la proposta risale verso Milano (la Regione) e soprattutto Roma. Si tratta di una misura che riguarda i lavoratori e non le imprese, anche se da queste è caldeggiata: defiscalizzare per cinque anni una parte di base imponibile della retribuzione. Nel dettaglio, come illustrato dall’avvocato Chiuppi, per chi è assunto in un’azienda entro i 20 chilometri dal confine, il reddito da lavoro dipendente andrebbe a concorrere alla base imponibile Irpef per il 70% il primo anno, il 60% nel secondo e il 50% dal terzo al quinto. In questo modo, aumenterebbe il salario netto, colmando così il gap con la retribuzione in Ticino. Che la tassazione incida è evidente dai dati sul cuneo fiscale di un operaio medio: 47,8% in Italia, 21,8% in Svizzera. È bene precisare che la proposta “aree di confine” è diversa da quella delle Zes (zone a economia speciale), giacente a Roma da tempo, che riguarda un regime fiscale agevolato per imprese e transazioni. Quella presentata ieri, che ha il valore aggiunto di essere già delineata, quindi “chiavi in mano”, coinvolge il reddito dei lavoratori. Ma: il testo, pur definito, non è da ritenersi scolpito nella pietra; può essere aggiustato, migliorato. «Un punto di partenza, non d’arrivo, ne siamo consapevoli» ha confermato Ziliotti. «Ora ci aspettiamo concretezza anche dalla politica» ha sottolineato il sindaco Pierobon, alludendo all’iter della proposta di legge. «Negli ultimi vent’anni – ha osservato poi Giorgio Piccolo – si è registrato un forte impoverimento del numero di imprese nell’Alto Varesotto. Va detto che questo è dovuto anche ad altri fattori come la carenza di infrastrutture». Mastromarino, in qualità anche di presidente di Acif, ha parlato quindi di «economia osmotica» sul cofine: «Serve un equilibrio, quando va bene in Ticino, va bene anche in Lombardia e viceversa».