Spaccatura tra le Pmi della provincia: il 10% non fa innovazione

La Prealpina - 09/09/2021

Ci sono aziende che, grazie alla digitalizzazione stanno correndo. E altre che sono rimaste ferme e, se non dovessero voltare pagina, rischiano di essere ferite a morte. C’è una crepa che il Covid ha allargato fino a trasformarla in un pericolo per la tenuta del tessuto economico varesino: è quella che ha separato nell’ultimo anno e mezzo, in modo sempre più marcato, le piccole e medie imprese avviate con decisione verso processi di innovazione digitale ed ecologica (all’incirca due imprese su cinque) e quelle che faticano a intercettare il cambiamento, a discapito della competitività sui mercati e della sopravvivenza stessa nella catena della fornitura.

A rivelarlo è la seconda edizione di Innovation Index, progetto nato nell’ambito di InnoVaUp dalla collaborazione fra Artser e Faberlab, che ha coinvolto 150 imprese artigiane, dove si è andati a rilevare la maturità digitale e non solo delle Pmi.

Le note positive emerse dalla radiografia di Confartigianato imprese Varese riguarda la propensione alla collaborazione e alla partnership e l’attenzione alla formazione permanente non obbligatoria, indispensabile ad acquisire le competenze necessarie a innovare o a trasformarsi. Al contrario, restano bassi il livello di integrazione tra macchinari utilizzati in azienda (29% assente, 42% di un livello base) che è alla base di Industria 4.0, così come la propensione all’innovazione (basica nel 56% delle imprese).

«In particolare – ha spiegato ieri Angelo Bongio, innovation manager – abbiamo notato che si è spinto in maniera forte sul rinnovo dei sistemi informativi, in particolare quelli amministrativi, anche per effetto dell’introduzione di obblighi normativi come la fatturazione elettronica. Queste novità possono permettere di capire cosa va e cosa no in azienda, indicando le situazioni dove poter fare economia. E poi c’è stato un forte rinnovo del parco macchine, che sta avvenendo per effetto di Industria 4.0».

Come ha invece rilevato Davide Galli, presidente di Confartigianato imprese Varese , «le aziende dove è avvenuto un cambio generazionale, sono più attente a questa modernizzazione, mentre laddove alla guida ci sono ancora persone over 50, ciò avviene in maniera decisamente meno intensa». E come per un computer, oltre a rinnovare l’hardware, serve il software per farlo gestire: «Se si cambiano i macchinari, ma non si hanno i collaboratori con competenze tali per utilizzarli – ha aggiunto Bongio – non si va da nessuna parte. Innovazione nelle macchine e formazione delle risorse umane, insomma, devono andare pari passo».

Inoltre serve un salto di qualità nei siti internet delle aziende «perché i clienti, ormai, non si affidano allo stesso fornitore per sempre. A loro basta navigare in rete per cercare il prodotto migliore al prezzo migliore – ha concluso Galli – per cui la propria vetrina orientata al business sul web deve essere obbligatoriamente di qualità».

«Noi abbiamo iniziato dieci anni fa»

«Io mi stupisco, come già mi stupivo anni fa, che ancora oggi ci siano degli imprenditori convinti che si possa stare sul mercato senza fare innovazione. Bisogna sempre trovare qualcosa di nuovo, delle peculiarità su cui lavorare, delle nicchie di qualità in cui inserirsi». Umberto Negri, titolare di Argar, azienda che nelle sue sedi di Magnago e Sacconago produce tessuti a maglia certificati destinati alla realizzazione di abbigliamento di protezione individuale per l’utilizzo professionale, ha l’innovazione nel Dna. Ha deciso di muoversi in questa direzione già da dieci anni e la scelta è stata vincente. Il laboratorio della sua azienda è il luogo più dinamico all’interno dei suoi capannoni.

«Per una attività come la nostra – spiega l’artigiano socio di Confartigianato Varese – le prove in laboratorio sono fondamentali. È lì che testiamo i nuovi tessuti ed ovviamente l’acquisto di strumentazioni di ultima generazione ad hoc è essenziale». Gli investimenti vengono destinati lì. E i risultati ci sono, sia dal punto di vista della produzione, sia sul fronte dei conti. Dopo una inevitabile flessione del fatturato targato 2020, ora la previsione è per una chiusura del 2021 a pari merito con il 2019 «che per noi era stato un anno molto buono, di crescita importante», sottolinea Negri. Gli incassi annui tornano così sui 3,5 milioni di euro, con quindici persone al lavoro e sei agenti di vendita in Europa. La produzione è interna, eccezion fatta per tintura e finissaggio.

In azienda non ci si ferma mai. Anche durante la pandemia lo studio di nuovi tessuti è proseguito senza sosta. È lì che entra in gioco la tecnologia. «Per la messa a punto di nuovi tessuti – spiega Negri – ci vogliono almeno sei mesi, ma tenga conto che abbiamo anche progetti aperti da due anni. Sono tutti tessuti certificati . Ci arriva la richiesta, iniziamo a cercare le fibre più adatte da utilizzare e mettiamo a punto le prime prove di tessuto». Così è nato, proprio durante il 2020, un nuovo tessuto anti virale, realizzato in collaborazione con un’azienda svizzera. «Ora siamo al lavoro per un passo successivo: renderlo anti virale in modo permanente». Nel frattempo Negri ha aperto anche la strada della produzione green, altro elemento ormai indispensabile. «Abbiamo progetti avanzati per ciò che riguarda l’economia circolare – spiega – con una linea prodotta da filati riciclati biologici. Ora abbiamo iniziato una serie di studi sui coloranti con l’obiettivo di fornire al tessuto una durata più lunga nel tempo»