Sos clochard all’aeroporto Nessuno vuole il dormitorio

La Prealpina - 07/03/2017

La Chiesa ha lanciato l’allarme, le forze dell’ordine tamponano l’emergenza, ma la politica – quella che dovrebbe fornire le risposte – latita. Per la frammentazione del potere che suddivide le responsabilità fino ad annullarne, per la burocrazia che fagocita ogni cosa, forse persino per la voglia che manca di affrontare il problema. E’ la storia di un doppio tentativo fallito quello dell’allontanamento dei clochard da Malpensa, l’aeroporto intercontinentale di Milano diventato dormitorio pubblico per decine di disperati. E se i calzini appesi ad asciugare domenica scorsa su una balaustra del T1 hanno fatto immediatamente il giro del web, non sono certo una novità per chi la realtà degli homeless in aeroporto la conosce da vicino.

Si arrivò a un passo dalla soluzione esattamente due anni fa, era marzo 2015, quando venne creato un gruppo di lavoro. Al tavolo c’era il Comune di Somma, come rappresentante territoriale. C’era la Sea, società di gestione dello scalo, disponibile a mettere sul piatto notevoli risorse per affrontare un problema che aveva, e ha ancora adesso, tutto l’interesse a risolvere. E c’era la Caritas ambrosiana, venuta persino a Malpensa per un approfondito sopralluogo, dando così un seguito all’appello pubblico lanciato dal cardinale Angelo Scola in visita ufficiale a Malpensa il 22 dicembre, quando chiese agli enti alle istituzioni interessate di fare qualcosa per i clochard (allora erano 180, oggi meno di un terzo) accampati fra i corridoi dei due terminal.

Il primo tentativo fallito fu la creazione di un dormitorio a Case Nuove, riqualificando due immobili delocalizzati. L’ipotesi franò per la difficoltà burocratica di riconvertire le case fantasma della frazione sommese, tanto che dopo quindici anni di progetti falliti la Regione Lombardia non ha potuto fare altro che mettere sul piatto quasi otto milioni per la loro demolizione. Il secondo tentativo prevedeva l’installazione, al di fuori dello scalo, di alcuni container dotati di letti e docce (molto simili a quei monoblocchi utilizzati per far dormire gli operai nei quartieri) in cui i clochard avrebbero potuto trovare riparo durante la notte come alternativa all’aeroporto.

Ma anche questo progetto fallì, per due motivi. Il primo è di prospettiva: istituzionalizzare un dormitorio, secondo una corrente di pensiero, avrebbe attirato nuove persone in difficoltà da altre parti, ingigantendo il problema. Il secondo è di carattere operativo: chi avrebbe dovuto gestire il dormitorio e con esso i progetti di reinserimento sociale degli utenti? Somma è un Comune da 17mila abitanti che non ha la forza, gli strumenti e la disponibilità per reggere da solo l’urto con un problema da grande città. E nonostante l’aeroporto di Malpensa sia l’aeroporto della città di Milano, quello dei clochard a Malpensa non è problema che riguarda il Comune di Milano, né tantomeno la Provincia di Varese, la Regione o il governo centrale. E così due anni dopo la visita di Scola il problema resta. Il suo appello? Caduto nel vuoto.

 

Emilietta vive da tredici anni al Piano Arrivi

 

Il volto rasserenante di Emilietta, all’anagrafe Cesira Ton, è il lato più umano degli invisibili che vivono in aeroporto. Lei, dopo tredici anni vissuti a Malpensa in attesa di un sempre più probabile ritorno alle Mauritius, è ormai una di casa all’interno del Terminal 1. Tutti la conoscono e provano per lei l’affetto che si potrebbe provare per una zia sola a cui basta un saluto per farla stare bene. “Abita” al Piano Arrivi, trasformando il basamento di una colonna nella sua nicchia, con le poche cose che le servono per sopravvivere. Ma non è l’unica.

Poco lontano c’è un’altra anziana, presenza ormai fissa, così come decine di altre persone che trovano riparo al caldo durante la sera. C’è una persona che li conosce uno per uno ed è don Ruggero Camagni (nella foto Blitz), il cappellano di Malpensa, diventato punto di riferimento, materiale e spirituale, per i disperati che trovano rifugio al T1. Secondo lui, e lo ribadì nella sua ultima intervista rilasciata soltanto tre mesi fa, sono diminuiti da quando un anno e mezzo fa è stato legalizzato il servizio di facchinaggio.

Non sono più i 180 denunciati dall’arcivescovo di Milano Angelo Scola, in visita ufficiale il 22 dicembre del 2014. Oggi sono meno di un terzo. A Malpensa vivono papà divorziati che, pagando gli alimenti alla moglie non possono permettersi un secondo affitto, donne vittime della disoccupazione e della solitudine, ma soprattutto stranieri. Ci sono innanzitutto gli africani, in particolare del Ghana e del Burkina Faso. Poi ci sono le persone dell’Est Europa e del Maghreb. La vocazione sempre più orientale di Malpensa, aveva sottolineato il cappellano, ha inoltre generato negli ultimi anni in aeroporto e a cascata sui territori circostanti l’arrivo di cinesi, bengalesi, indiani. Per don Ruggero, che siano 50 o 180 non interessa. «Chiediamoci perché sono qui».

Per trovare una soluzione basta guardare all’estero

 

Un viaggiatore di ritorno da New York e di passaggio in redazione racconta che al John Fitzgerald Kennedy – uno degli aeroporti più importanti al mondo, se non il più importante – non esiste alcun tipo di panchina o sedia davanti ai check in: passato il controllo, si trova ogni comfort, ma prima nulla. Morale: non ci sono giacigli per clochard. Oltre a non esserci possibilità di sedersi, pavimento a parte, per tutti gli altri. Probabilmente un’ipotesi del genere appare estrema. Probabilmente. Come, rispetto ai nostri canoni, potrebbe apparire eccessiva la risolutezza con la quale negli Usa e non solo (si chieda a chi è stato in Israele oppure nel più vicino hub di Zurigo o nella lontanissima Australia, a esempio) si mantiene un certo decoro interno alle aerostazioni facendo rientrare il tema senza troppi complimenti nel capitolo sicurezza.Malpensa, la Grande Malpensa, con il suo Terminal 1 ristrutturato di tutto punto in occasione di Expo 2015 mettendo sul piatto una quarantina di milioni in marmi, vetro e acciaio, quella che ha le lounge da mille e una notte di Emirates ed Etihad, resta invece un’incompiuta da questo punto di vista. Attenzione: non per quanto riguarda la sicurezza alta, ci mancherebbe. Ma per l’insicurezza e il degrado a chiazze di piccolo cabotaggio. Come ampiamente dimostrato negli ultimi anni dal racket – ci spiace per coloro ai quali questa parola dà fastidio, tuttavia è la più adeguata – dei carrellisti. E anche dalla nutrita schiera degli abitanti sempre meno invisibili del T1. Insomma, suscitando il solito sorriso amaro, i panni stesi domenica su un parapetto in bella mostra davanti a passeggeri e operatori aeroportuali sono soltanto una grottesca punta dell’iceberg.

In fondo, nessuno impedisce di dormire sulle panchine, intrufolarsi in ogni angolo, azzuffarsi, molestare i viaggiatori imponendosi come facchini, taccheggiare e via dicendo. Perché qualcuno – e poi chi? – avrebbe dovuto impedire a un clochard di stendere il suo bucato?

Il problema però c’è. Perché Malpensa conta 18 milioni di passeggeri l’anno, è considerato l’aeroporto strategico del Nord Italia, è il riferimento di una vastissima area socio-economica, è in continua ricerca di sviluppo. Con tutto l’affetto per i disperati, non merita questo. Lo pensano ormai in molti. E parlarne non significa fare del male al T1. Anzi.