Somma Lombardo «Le quote resteranno a noi. Vogliamo poter dire la nostra su ogni progetto aeroportuale»

La Prealpina - 28/08/2017

Il Comune di Busto Arsizio se ne sta andando da Sea incassando 600mila euro. La Provincia di Varese è intenzionata a fare lo stesso, incamerando 7 preziosissimi milioni di euro in grado di risolvere gran parte dei problemi finanziari che da tempo inguaiano Villa Recalcati. Somma Lombardo viaggia invece in direzione ostinata e contraria e, come conferma il sindaco Stefano Bellaria, non ha alcuna intenzione di perdere la possibilità di alzare la mano durante l’assemblea dei soci.

«Alcune azioni sono come i voti: più che contarsi si pesano. E sebbene siano poche e con un valore economico irrilevante, per noi le quote di Sea sono importantissime».

Per la precisione Palazzo Viani Visconti ne ha 41.700 su un totale di 250milioni, pari allo 0,0015 per cento. Nel 2014, quando la proprietà decise per la distribuzione di un maxi dividendo da 50,9 milioni di euro (pari a un importo di 0,2037 per azione corrispondente a un pay out del 90,3% dell’utile netto di Sea Spa), Somma introitò “ben” 8.500 euro. Ecco perché la presenza in Sea non ha per la Città dei Tre Leoni un valore economico rilevante, ma secondo il suo primo cittadino i conti non sono tutto.

Con i fatti lo ha già dimostrato lo scorso anno, quando il consiglio comunale ha approvato il Piano di revisione delle partecipazioni. L’amministrazione ha mantenuto naturalmente le quote della società municipalizzata Spes che controlla al 100%, quelle del Centro di formazione professionale Ticino-Malpensa che ha contribuito a far nascere insieme ad altri Comuni del circondario, quelle di Accam per evidenti ragioni gestionali «e anche quelle di Sea». Secondo Bellaria, è una decisione dettata dalla storia («Malpensa è nata con il Terminal 2 espropriando terreni che sono all’interno del nostro perimetro comunale») e dalla attualità: «Faceva bene il mio predecessore Guido Colombo a non perdere neanche un’assemblea dei soci. Con modalità magari differenti, credo sia un’abitudine che la nostra città non debba perdere. Anche quello è un tavolo importante per discutere delle questioni aeroportuali ed è un bene essere presenti».

In una delle sue ultime apparizioni, Colombo si presentò con una proposta provocatoria che naturalmente il Comune di Milano fece finta di non sentire. Propose a Sea di versare 500mila euro a sostegno del distretto sociosanitario che abbraccia i Comuni del Cuv. «Una persona che perde il posto di lavoro a Malpensa – disse – significa una persona in più che si presenta all’ufficio Servizi sociali dei nostri Comuni. E anche la riduzione degli stipendi per i dipendenti dell’handling ha avuto ripercussioni: meno soldi per loro significa meno Irpef per i Comuni, di conseguenza più disagi e meno servizi.

Sarebbe un gesto grandissimo di Sea nei confronti dell’intorno aeroportuale che a partire dal dehubbing di Alitalia sta soffrendo moltissimo».

Il suo appello rimase inascoltato perché in assemblea dei soci vige purtroppo la regola del più forte. E’ esattamente come l’assemblea di condominio, dove chi ha millesimi comanda. Ma valere lo 0,0015 per cento, secondo il sindaco di ieri e anche quello di oggi, ha comunque un valore. Perché è sempre meglio che non esserci. Perché è un’occasione in più per ricordare al Comune di Milano quanto è lontano dai bisogni e dalle esigenze di chi vive attorno al suo aeroporto intercontinentale.

 

«Restare in Sea è inutile Allora è meglio Trenord»

Non è mai stato tipo che si fa problemi nel dire come la pensa. Così il leghista Francesco Speroni – ex ministro, già europarlamentare e presidente del consiglio comunale, «in questo caso pure nelle vesti di appassionato aviatore» – si lancia secco sulla faccenda Sea. Ma non per gettare la croce addosso al sindaco Emanuele Antonelli che ha messo all’asta le quote azionarie che gli permettevano di sedere al tavolo di Malpensa.

«L’unica cosa che mi dispiace in tutta questa storia – spiega – è doversi piegare alla solita legge centralista che obbliga a fare una cosa, in questo caso a vendere tutte le partecipazioni non strategiche, senza consentire alla città e ai suoi abitanti di poter decidere». Detto questo, però, Speroni è d’accordo sull’operazione messa in atto a Busto, così come in Provincia di Varese. «I motivi che mi portano a giudicare giusta questa dismissione delle azioni sono tre», chiarisce l’esponente padano. «La prima è che ormai come città avevamo una presenza insignificante in assemblea dei soci, quindi ininfluente, perché non è che se compro titoli della Fiat poi decido io che macchine costruire. Secondo aspetto fondamentale è che si tratta delle quote della società di gestione dell’aeroporto e non dello scalo vero e proprio, quindi parliamo di argomenti molto tecnici legati al funzionamento di ciò che avviene in pista. Il terzo elemento da considerare riguarda la cosiddetta storia bustocca messa in vendita: è una cosa non vera, perché quelle che stiamo cedendo non sono le azioni originarie messe dagli imprenditori illuminati che vollero lo scalo della brughiera, bensì quelle successive ridistribuite qualche decennio fa».

E allora, se alla fine di questa vicenda il municipio mette in tasca 600mila euro (e la Provincia ne guadagnerà quasi 7 milioni), per Speroni «va bene così, perché si è trattato di un investimento che adesso si è ritenuto necessario monetizzare. Inutile dipingere un quadro nostalgico, perché la storia di Malpensa resta legata a Busto Arsizio a prescindere dalla partecipazione infinitesimale che avevamo, invece le azioni sono come i soldi, vanno e vengono, cercando di acquisirle e poi piazzarle nel momento migliore per farle fruttare. Se, secondo Antonelli, il momento giusto è adesso, ha fatto bene. Anche perché, lo ripeto, si trattava anche di dover gestire un obbligo del governo, il quale avrebbe purtroppo obiettato qualcosa se ci fossimo ostinati a restare in Sea». Un discorso che, stando alla valutazione del politico del Carroccio, vale anche per la Provincia: «Lo 0,6 per cento del totale è niente, invece 7 milioni sono davvero un bel gruzzoletto. Credo che solo il Comune di Milano, avendo la maggioranza dell’azienda, sia autorizzato ad andare avanti dettando le strategie. Gli altri dovevano solo far cassa il più possibile».

Insomma, se Speroni fosse stato sindaco, avrebbe fatto la stessa cosa: «Forse avrei fatto le barricate per protestare con Roma che mi diceva cosa dovevo fare. Ma sulla giustezza della vendita in se stessa non avrei avuto dubbi». Questo perché «anch’io sono appassionato di volo, ma vado avanti ad esserlo anche se Busto non ha quattro azioni che non incidono niente. Poi la nostalgia del senatore Gian Pietro Rossi la posso anche capire, ma piegarla alle scelte politiche mi pare proprio esagerato». Manca la ciliegina sulla torta: «Non comprendo tutti questi personaggi che sostengono che Busto sia fuori dal tavolo strategico. Allora, a questo punto, andiamo a prenderci un pezzo di Trenord, almeno i treni in città arrivano e siamo pieni di pendolari…».