Sea Handling in Tribunale Cub cita gli altri sindacati

La Prealpina - 13/07/2016

Se sul fronte politico, istituzionale e aziendale il caso Sea Handling può dirsi pienamente concluso in modo positivo, dopo il recentissimo pronunciamento della Commissione europea sul fatto che la newco Airport Handling non abbia ricevuto aiuti di Stato nel suo primo biennio di vita in discontinuità con la precedente società del Gruppo Sea, sul versante sindacale la battaglia resta aperta. Apertissima. Ma non nei confronti dell’azienda: è guerra legale tra sindacati. Perché, e probabilmente è la prima volta, una sigla ne cita in giudizio altre sette chiedendo 200mila euro di risarcimento danni per non aver tenuto conto dell’esito – contrario all’accordo sul passaggio da SeaH ad AH – del famoso referendum tra i lavoratori della metà di giugno del 2014 e, soprattutto, per non aver mai mostrato le firme della petizione che avrebbe permesso di superare il risultato referendario confermando all’ultimo tavolo utile l’intesa bocciata dalla consultazione. È Cub Trasporti a chiamare al Tribunale di Milano, con prima udienza fissata il 7 novembre prossimo in sede civile, i colleghi di Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl, Flai, SinPa e Usb.

O meglio: è il segretario regionale del sindacato di base Renzo Canavesi, assistito dagli avvocati Alberto Medina e Giovanni Sertori, a convocare davanti al giudice i suoi parigrado Rocco Ungaro (Filt), Giovanni Abimelech (Fit), Enore Facchini (Uilt), Antonio Del Prete (Ugl), Andrea Orlando (Flai), Alessandro Gemma (SinPa) e Paolo Sabatini (Usb). Ovvero – chi partecipe alla lunga e dura trattativa, chi subentrato nel ruolo in seguito – i rappresentanti dei sindacati che: firmarono l’accordo del 4 giugno 2014 con Sea per il passaggio dei lavoratori da Sea Handling ad Airport Handling a condizioni contrattuali peggiorate, in un contesto comprensivo anche di numerose dimissioni incentivate da buonuscita; furono sconfitti al referendum tenuto a Malpensa e a Linate l’11, il 12 e il 13 giugno, al quale vincolarono l’intesa da loro sottoscritta (946 i no e 686 i sì); non accettarono le modifiche proposte da Cub, cioè l’unica sigla che non firmò il documento e vinse la consultazione stessa, e invece accolte sia dal sindaco di Milano (in quel momento Giuliano Pisapia) in qualità di azionista di maggioranza sia dalla medesima società di gestione aeroportuale attraverso il presidente Pietro Modiano; all’ultimo appello il 15 luglio 2014 davanti all’Azienda regionale per istruzione, formazione e lavoro, dichiararono di avere ricevuto una petizione di un migliaio di dipendenti che chiedeva l’applicazione del testo originale e dunque si ritennero svincolati dalla votazione nella quale erano usciti perdenti.

Insomma, un iter che a distanza di due anni non viene archiviato, ma anzi diventa motivo di un’azione più unica che rara a livello sindacale. Non tanto sotto il profilo delle battaglie tra sigle, quanto sotto quello del ricorso al Tribunale. Ma su questo aspetto Canavesi, che di solito si rivolge ai giudici in occasione di licenziamenti senza giusta causa, è fermo: «Deve finire il malcostume di firmare a nome dei lavoratori quando non si ha il mandato». Diventa dunque un’iniziativa di valore simbolico. Dopo ripetute richieste di visionare le firme che permisero di superare il referendum: né subito all’incontro all’Agenzia regionale né il 17 dicembre 2014 con domanda di 500 dipendenti di AH né l’8 febbraio 2016 davanti all’organismo di mediazione dell’Ordine degli avvocati i sette sindacati le hanno fatte vedere. Anzi hanno sempre ignorato la Cub. Che ora presenta il conto per «illecito rilevante» e perché le «è stato impedito di svolgere l’attività su cui si fonda». Il danno di immagine è quantificato in 200mila euro. Da destinare a un fondo di solidarietà a favore di lavoratori in sciopero a Malpensa e a Linate.