Se il colore di Missoni accende anche Londra

Sole 24 Ore - 05/05/2016

«Ho indirizzato verso la moda il suo spirito artistico». Rosita Missoni risolve così l’essenza del duetto di una vita con il marito Ottavio detto “Tai”, scomparso tre anni fa. Uno straordinario incontro di anime affini e talenti complementari il loro, capace di generare un marchio che sotto il segno della maglieria continua ad essere una gemma della moda italiana. Lo fa da Londra, città-galeotta (si conobbero qui nel 1948 in occasione delle Olimpiadi che videro Tai correre la finale dei 400 metri ostacoli e Rosita cadere fulminata da quel “giovane bello, alto, elegante”), ma soprattutto metropoli naturale per ospitare una mostra con una grande ambizione.
Missoni Art-Colour – si inaugura al pubblico il 6 maggio e resterà aperta fino al 4 settembre sulle sale del Fashion and Textile Museum londinese – svela, infatti, l’istante in cui si abbatte la barriera fra “arte bella e arte applicata”, come ha notato il curatore Luciano Caramel, precisando che «non siamo affatto di fronte a una retrospettiva», essendo Missoni una realtà quantomai attiva e produttiva.
Il talento che si fa vero genio artistico è rappresentato dal momento dell’ispirazione che la mostra individua in una serie di pittori, da Balla a Depero («ma per me soprattutto Sonia Delaunay», precisa Rosita Missoni) a quello della creazione, con quaranta capi delle collezioni più significative al fianco di quadri, arazzi, tappeti firmati da Ottavio Missoni. L’osmosi con il mondo delle arti – l’arte era ed è di casa a casa Missoni – matura sotto il segno del Colore, con la C rigorosamente maiuscola, ed è ben illustrata nelle sale che mettono in fila i lavori dello stesso Tai, scout senza uguali nell’assemblaggio di tinte e tessuti, con maestri italiani del Dopoguerra, da Bruno Munari a Dadamaino. «Il dialogo fra la creatività di Ottavio e Rosita Missoni e l’arte italiana – spiegano gli organizzatori della mostra londinese – è incredibilmente intenso fra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta». E il dialogo prende forma con nettezza nelle sale del museo di Bermondsey street, consentendo al visitatore di scorgere la contaminazione fra mondi contingui che finiscono per sovrapporsi e alla fine per confondersi, abbattendo, appunto, la barriera fra arti cosiddette minori e arti cosiddette maggiori.
Esportata a Londra grazie a Woolmark e al MAGA (l’art museum di Gallarate dove è stata esposta nella versione più completa) su richiesta del Fashion and Textile Museum, la mostra è, al tempo stesso, un omaggio alla creatività e un esperimento culturale che coglie l’essenza del lavoro dei Missoni. Omaggio ad un’eccellenza italiana che va oltre la dimensione artistica o, se vogliamo, strettamente estetica. Missoni è realtà del fashion con una forte dimensione famigliare, ben illustrata dalla presenza a Londra della fondatrice Rosita, dei figli Angela, direttore creativo dal 1997, Luca direttore artistico degli Archivi Missoni e di una rappresentanza di nipoti, la terza generazione in rapida crescita nel gruppo. Ospiti, in qualche misura, di un evento che non hanno organizzato, se non assicurando il contributo della loro storia. Che è storia di una coppia e di una famiglia, ma soprattutto paradigma di un’Italia che continua ad essere culla, ineguagliabile, di creatività, manifattura, qualità, capace, com’è, di declinare la bellezza con l’abilità della produzione.
La mostra londinese diviene così nuovo riconoscimento internazionale, di un pezzo di made in Italy che si perpetua, radicato nel territorio alle porte di Varese e agevolato dallo sviluppo tecnologico della produzione tessile e in particolare di maglieria. «La tecnologia – precisano Angela e Luca – è stata solo uno strumento, senza alcun ruolo nella fase creativa. Ma uno strumento importante che ci consente di produrre, oggi, cose che vent’anni fa non erano pensabili». Rosita ascolta e fa cenno di sì, sfoderando aneddoti di oggi e di ieri, ricordando, per esempio, le macchine Raschel che, riscoperte da lei e da Tai, diedero un nuovo impulso alla produzione dei capi colorati, spianando la strada al successo che sarebbe poi venuto. Più in là nel tempo, certo, ma straordinariamente vicino allo spirito creativo che l’atleta esule dalmata Ottavio Missoni e la sua giovanissima consorte Rosita misero in mostra già nel 1953, producendo, nei telai piazzati in provincia di Varese, tute sportive innovative. «Avevano lo zip sul fondo per poter sfilare le scarpe chiodate degli sportivi», ricorda Rosita. Tutto cominciò così.