Roma non tenta Maroni «Resterò in Lombardia»

Scontata la domanda sulla condanna a sei anni per corruzione del suo predecessore Roberto Formigoni, notizia che arriva in anticipo di un amen dall’inizio del tradizionale scambio degli auguri con i giornalisti, ieri a Palazzo Lombardia. Scontato anche il no comment di Roberto Maroni. «Non commento queste cose, al massimo ne prendo atto» taglia corto il governatore, spegnendo sul nascere la curiosità dei cronisti attorno alla vicenda giudiziaria del caso Maugeri e San Raffaele. E’l’avvio di una conversazione che tocca diversi temi, a cominciare dall’approvazione del bilancio in consiglio («Sono molto soddisfatto perché, nonostante i tagli, siamo riusciti a mettere risorse importanti nella sanità») fino alla polemica sull’emendamento per lo stipendio ad Antonio Di Pietro a capo di Pedemontana, compenso che non può essere corrisposto in base alla legge Madia: Di Pietro è un pensionato e l’ente pubblico ha le mani legate. Spiega Maroni: «Studieremo un piano B, perché il principio che chi lavora, e lavora bene, intensamente, non debba farlo gratis mi sembra sacrosanto». A chi gli domanda se abbiano sostanza le indiscrezioni su un suo prossimo impegno politico a livello nazionale, Maroni replica: «Rimango in Lombardia: l’ho scelto io». Se le incertezze politiche governative dovessero far precipitare la situazione? «La legislatura regionale arriverà a scadenza naturale. Certo, le scelte sulla nuova legge elettorale, sulle alleanze, visto che qui abbiamo una maggioranza diversa rispetto a quella che c’è a Roma, qualche ripercussione potrebbero averla. Ma qui abbiamo un presidente della Regione che è in grado di gestire bene, così come ha fatto nel corso di questi anni».

Scherza Maroni, ma forse nemmeno tanto. Di sicuro fa sul serio quando torna sul referendum per l’autonomia della Lombardia. Appuntamento consultivo per il quale si attende ancora il via libera da Roma. «Il 2017 sarà un anno decisivo anche per il referendum – incalza il governatore -. All’inizio di gennaio incontrerò il neo ministro dell’Interno, Marco Minniti, che conosco bene, per ribadire la richiesta. Se lui dirà di sì, voteremo assieme alle amministrative, altrimenti lo faremo prima. Entro metà del prossimo mese dovremo decidere, altrimenti i tempi non ci sono più. Noi siamo pronti, abbiamo fatto tutto, anche la gara per il voto elettronico. Basta un mio decreto e si parte».

Da ricordare a margine che proprio oggi il governatore e l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, hanno in agenda un incontro a Roma con il ministro della SanitàBeatrice Lorenzin. All’ordine del giorno la riapertura del punto nascita di Angera e il mantenimento di tutti gli altri a rischio chiusura in Lombardia per il basso numero di nascite in anno. Prima del brindisi si torna sulle polemiche nell’ultimo consiglio regionale, sullo scambio di “gentilezze” tra i 5 Stelle e il presidenteRaffaele Cattaneo. Solo qualche cenno, girando però alla larga dal merito di certe questioni che hanno tenuto banco ultimamente. Una su tutte: la produttività legislativa dell’assemblea, problema suscitato giornalisticamente e cavalcato dalle opposizioni. Insomma, il consiglio lavorerebbe poco. Vero? Falso? Il presidente Cattaneo ha già avuto modo di precisare: «Questa legislatura è stata più produttiva delle ultime. Se facciamo meno sedute ma più atti è meglio». A testimonianza ci sono i dati contenuti nel report presentato mercoledì alla stampa a Palazzo Pirelli. In evidenza il fatto che l’aula consiliare si è riunita, nonostante le due pause elettorali, per 33 volte nell’anno, approvando 400 provvedimenti tra i quali 36 leggi, 103 mozioni, 23 risoluzioni, 13 atti amministrativi e 180 ordini del giorno. Di nuovo Cattaneo: «Un consiglio regionale non si misura solo nel fare tante leggi ma buone leggi e abrogare quelle vecchie». Nel corso della legislatura ne sono state abrogate quasi una settantina, 22 nelle quali nel 2016. Per quanto riguarda i contenziosi con lo Stato, questi sono calati rispetto al passato: nel corso della legislatura sono state impugnate 8 leggi (il 5 per cento), contro le 13 impugnate (l’8 per cento) nell’ottava legislatura e le 10 (17 per cento) nella nona.