«Ripercussioni negative sull’Italia Ora temo il rischio emulazione»

La Provincia Varese - 23/06/2016

Uscire o restare: il grande giorno della Gran Bretagna è arrivato. Con il referendum di oggi, sull’uscita o meno dall’Unione Europea, il Regno Unito si gioca una partita che avrà impatto non solo sul suo futuro, ma anche sugli equilibri del Vecchio Continente. E allora a interrogarsi sul potenziale della loro decisione sono in molti. Gli imprenditori artigiani per primi: «I media lo hanno detto più volte in queste ultime settimane parlando di Brexit: l’Italia sarà la nazione che rischierà meno dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma non è così», incalza Davide Galli, presidente di Confartigianato Imprese Varese. «Comunque vada il voto si trascina l’ombra di un fallimento perché il rischio emulazione, con la richiesta da parte di altri Stati di rivedere le loro condizioni di appartenenza alla Ue, è dietro l’angolo. La Brexit è un fenomeno a livello globale, il rallentamento del quadro economico mondiale è già sulla carta, e l’Italia, già troppo debole per le sue mancanze strutturali, si troverà a dover affrontare una situazione di instabilità e incertezza. Un andamento traballante che già in questi ultimi tempi ha messo qualche carica esplosiva alla ripresina che, faticosamente, stava infondendo fiducia a imprese e cittadini». L’uscita del Regno Unito dalla Ue sarebbe uno sgambetto all’economia globale secondo Confartigianato e i dati lo dimostrano: le imprese italiane risentirebbero della scelta, quelle, per esempio, che di fronte all’uscita del Regno Unito dalla Ue dovranno creare filiali di diritto britannico per poter continuare a lavorare in quel Paese. o ancora, quelle che, secondo lo studio di Confartigianato (parliamo di esportazioni manifatturiere nei settori a più alta concentrazione di micro e piccole imprese), dall’aprile 2015 al marzo 2016, hanno esportato 7.538 milioni di euro verso la Gran Bretagna (il 33,4% dell’export complessivo verso il Paese). Un altro dato può servire a dare un’idea di cosa stiamo parlando: il valore delle vendite delle micro e piccole imprese di Varese sul mercato britannico, tra il secondo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016, è stato di 112 milioni per un valore aggiunto dello 0,50%. Per un confronto, la regione con la maggiore esposizione nei settori delle medie e piccole imprese sul mercato del Regno Unito è il Friuli-Venezia Giulia con l’1,22%. L’uscita dalla Unione Europea del Regno Unito, non sarebbe insomma un buon affare per nessuno perché oggi l’Unione europea a 28 vale il 22,3% del Pil mondiale ed è la seconda potenza economica mondiale dopo gli Usa (25,1%) e prima della Cina. Con l’uscita del Regno Unito farebbe scendere la quota dell’Ue al 18,5% del Pil mondiale e la combinazione tra Brexit e il tasso di crescita stimato porterebbe nel 2020 l’Unione “a 28 meno 1” ad essere sorpassata dalla Cina, oggi terza potenza mondiale. «Con la Brexit – conclude Galli – si sposterebbe anche il baricentro del Made in Italy fatto di affidabilità, contenuto tecnologico, design, personalizzazione, funzionalità. Attualmente le esportazioni italiane sono per la maggioranza (54,7%) destinate all’Ue; con la vittoria dei “leave” diverrebbe maggioritaria la quota di Made in Italy destinata ai Paesi extra Ue: all’attuale 45,3% si sommerebbe il 5,5% del Regno Unito per arrivare al 50,8%. È dunque chiaro che un’eventuale Brexit porterebbe ad un periodo di incertezza politica ed economica anche agli altri Stati europei. Prepariamoci comunque ad un cambiamento epocale perché sia che il Regno Unito esca o rimanga, si è ormai messo in dubbio il peso e l’efficacia dell’impianto europeo: è questo il primo, vero pericolo da scongiurare e respingere