Ricambistica a rischio estinzione?

La Prealpina - 10/02/2017

 

Anche l’industria dei componenti industriali è finita del mirino del Financial Times come uno dei cinque settori a rischio chiusura nei prossimi vent’anni. Una situazione da tremore ai polsi nel Varesotto, dove una buona fetta del tessuto economico si basa proprio su questo comparto. Tutta colpa delle stampanti 3D che, secondo il giornale inglese, cancelleranno ordini e business. Un po’ come successo per decine di altri prodotti, sopravanzati e travolti dall’avanzamento della tecnologia. Ipotesi azzardata? Forse. O forse no: «L’argomento è complesso – dice Luca Mari, professore ordinario presso la scuola di ingegneria industriale dell’università Liuc Carlo Cattaneo – e nessuno ha la sfera di cristallo. Inoltre in una situazione di continui choc socio-politico-culturali impensabili, fare delle previsioni è complicato. D’altro canto, senza previsioni, la specie umana si sarebbe estinta da tempo. Detto ciò, il fatto che il settore della manutenzione e della ricambistica possa andare in crisi a causa delle stampanti 3D, è un punto di vista limitato e forse addirittura miope. Già, perché viviamo in una società in cui la distinzione fra prodotto e servizio si sta sempre più sfumando e la ricambistica, ormai, non è solo realizzare dei pezzi di plastica o di legno, ma offre anche un servizio».

E quindi: i rapporti col cliente, la comprensione delle esigenze e gli altri elementi intangibili diventano sempre più fondamentali. Di conseguenza la concorrenza del 3D sul prodotto non rappresenterebbe del tutto un rischio “estinzione”.

«Anche quando le stampanti 3D saranno di qualità elevatissima – aggiunge Mari – saranno soltanto in parte dei generatori di cambiamento. Potrà capitare che delle aziende non si rivolgeranno più all’esterno per produrre dei ricambi ma li realizzeranno in proprio. Ma ciò porterà i fornitori a cambiare, svilupparsi, innovare. Ci saranno opportunità da cogliere, come la riduzione dei costi di logistica, creando ricambi non in un luogo centralizzato, ma laddove servono». Come capitato, per esempio, a un’azienda varesina: «Un’impresa meccanica – dice Riccardo Comerio, presidente di Univa – impegnata nella realizzazione di prototipi per i propri clienti una volta era costretta a disegnare il pezzo, a produrlo fisicamente e a spedirlo magari negli Stati Uniti, o da qualsiasi altra parte nel mondo, con tempi e costi non irrilevanti. Oggi la stessa azienda può disegnare lo stesso pezzo sui propri computer, inviare il file all’azienda statunitense che lo stamperà in tempo reale, dando un feedback a Varese in giornata».

Insomma anche nell’industria valgono le leggi della fisica. E per dirla come Antoine-Laurent de Lavoisier, «Nulla si distrugge, tutto si trasforma». Varrà anche la ricambistica?