Quiete chiusa. A luglio l’asta

La Prealpina - 31/05/2017

“La Quiete oggi chiude. Ma il suo futuro è già alle porte”. Finisce così una lunga e toccante lettera aperta dei sessanta dipendenti della clinica La Quiete, che ieri è stata chiusa definitivamente dall’ufficiale giudiziario. Lo sfratto, anni dopo il primo accesso, è diventato realtà nel primo pomeriggio: mentre i fabbri erano al lavoro per sigillare decine di ingressi (operazione che durerà ancora alcuni giorni) i dipendenti, sostenuti come sempre dai sindacalisti della Funzione Pubblica della Cgil Gianni Ardizzoia e Cinzia Bianchi e dal consigliere della Lega Nord Marco Pinti (che ieri sera ha letto il documento dei lavoratori durante l’assemblea di Palazzo Estense), si sono riuniti nel piazzale e sono usciti tutti dal cancello su via Dante alle due. Grande commozione, grandi abbracci e appunto una promessa: «Continueremo a combattere». Già perché gli edifici della clinica, che sono di proprietà del fallimento Ansafin, al quale il Gruppo Sant’Alessandro, proprietario della struttura sanitaria, non ha praticamente mai pagato l’affitto (di qui lo sfratto), andranno di nuovo all’asta il prossimo 19 luglio. E i lavoratori sperano naturalmente che qualcuno si faccia avanti, compri i muri per riavviare la clinica riassumendo medici, infermieri e il resto del personale. Dato positivo: se il prezzo base d’asta è pari a 10 milioni e 513.254 euro, l’offerta minima è stata di poco ribassata è ora è pari a 7 milioni e 884.941 euro. Chi ha mostrato interesse nei mesi scorsi ma poi non ha messo davvero mano al portafoglio, rendendo vana l’epica resistenza dei lavoratori, tra sette settimane farà un’offerta? I dipendenti di credono: «Esiste ancora una concreta possibilità che alla fine, a dispetto di tutto questo italico guazzabuglio lungo 6 (sei!) anni, la Quiete possa riaprire – scrivono infatti -. E questo lo si deve a noi lavoratori, alla nostra capacità di essere gruppo, di resistere in maniera intelligente, di sorreggerci l’un l’altro, di amalgamarci e compensarci, sostenuti e accompagnati dalla FP CGIL Varese».

Nel frattempo chi è rimasto senza lavoro a causa del paradossale stop a un’attività sanitaria che non era affatto in crisi, deve fare i conti con i problemi dell’immediato futuro. Ovvero come uscire dall’esperienza Sant’Alessandro e come intascare gli stipendi degli ultimi quattro mesi e il TFR. Ieri, al momento dello sgombero, in assenza dei proprietari, un dirigente ha assicurato in cortile che il Gruppo Sant’Alessandro non vuole lasciarsi debiti alle spalle e provvederà quindi a pagare tutto quello che deve ai cosiddetti creditori privilegiati, ovvero dipendenti e liberi professionisti. C’è però un problema: la metà dei lavoratori risulta assunta da una delle tre società che costituiscono il gruppo e che si chiama La Quiete Servizi, e si tratta di una società sostanzialmente fantasma, nel senso che ha rapporti con le altre due ma non si sa bene dove sia e da chi sia rappresentata. Naturalmente i sindacalisti si sono rifiutati di fare accordi per il licenziamento collettivo solo a vantaggio della metà dei dipendenti delle due società “note”. A meno di sorprese la strada sarà quindi quella delle dimissioni di tutti per giusta causa, con causa in seguito contro le società per ottenere quanto dovuto.