Prima gli svizzeri? No, grazie

bellinzona Il Gran Consiglio boccia “Prima i nostri”. Ieri pomeriggio il Parlamento ticinese, dopo un lungo dibattito, ha approvato con 44 voti favorevoli e 32 contrari il rapporto di maggioranza che chiedeva di respingere la Legge di applicazione di “Prima i nostri”. L’iniziativa, proposta dall’UDC ticinese e approvata nel settembre del 2016, aveva fatto molto discutere in Italia e in Europa dal momento che aveva il proposito di limitare e sfoltire la presenza di lavoratori frontalieri in Canton Ticino, favorendo, per alcune mansioni, chi risiede sul territorio elvetico.

La bocciatura di ieri al Gran Consiglio ticinese è avvenuta grazie all’approvazione di un rapporto redatto dalla maggioranza dei gruppi politici rappresentati: Partito Liberale Radicale, Partito Socialista, Partito Popolare Democratico e Verdi. Ad essere bocciata dunque non è la decisione uscita dalle urne il 25 settembre 2016 ma il modo in cui questa viene poi declinata sul territorio. Già da Berna erano stati messi dei paletti perché “i desiderata” ticinesi si scontravano in parte con il diritto federale -che ha la competenza nella Legge sugli stranieri- e quello europeo sulla libera circolazione delle persone. La via era quindi stretta ma, chiaramente, i partiti di destra hanno comunque fatto un tentativo pur sapendo che provavano a promettere qualcosa di difficile da mantenere perché su questi temi c’è un diritto superiore da rispettare.

Ma cosa chiedeva questa Legge di applicazione? Il provvedimento prevedeva il rilascio o il rinnovo alla persona che ha la nazionalità di un Paese Ue/Aels un permesso di frontaliere per esercitare un’attività lucrativa dipendente (G), «allorquando il datore di lavoro dimostri di non aver potuto assumere, a pari qualifiche professionali, un candidato svizzero o straniero in possesso di un permesso C, B, L». Stesso discorso per i permessi di dimora di coloro che vogliono andare in Svizzera a vivere e lavorare. Le posizioni politiche durante il dibattito, chiaramente, sono state opposte, con Lega dei Ticinesi e UDC che premevano perché si avviasse questa legge, ritenendo che vi fosse margine, e i socialisti che trovavano paradossale per un legislativo «fare una legge contro la legge». Non hanno convinto nemmeno gli sgravi per quelle aziende appena nate che assumono pochi frontalieri.

Se da una parte i frontalieri possono tirare un sospiro di sollievo, dall’altra va registrato che un aumento incontrollato del numero di lavoratori italiani crea un effetto dumping salariale che nuoce prima di tutto ai lavoratori italiani stessi. Vanno al voto ora altre modifiche legislative che vietano ai frontalieri di lavorare nel settore pubblico e para-pubblico, cosa che avviene già da tempo.