«Pmi tessili allo stremo Servono misure ad hoc»

La Prealpina - 07/04/2021

 Fin dal boom economico-industriale, il settore tessile è stato ai vertici della produzione del Varesotto. Ora, probabilmente, dopo la concorrenza asiatica è arrivato un altro drammatico momento di crisi del comparto. Per descrivere la situazione e indicare il telaio su cui lavorare per la ripresa, interviene Matteo Cavelli. presidente della federazione TessiliVari.

Innanzitutto i dati: il tessile-abbigliamento ha registrato nel 2020 il 26% in meno di ricavi che, in termini economici, valgono circa 29 miliardi di euro. Di più: circa il 30% delle aziende manifatturiere tessili hanno un fatturato in calo dal 35% al 50% e il 15% calcola cali superiori al 50%. Insomma, la situazione del settore tessile è molto simile ai settori più colpiti dalla pandemia quali il turismo e la ristorazione. In questo scenario, Cavelli sottolinea come «i ristori costituiscono una goccia nell’oceano dei costi e delle perdite di fatturato reali. Molte aziende di medie dimensioni hanno avuto perdite importanti e, malgrado 1 milione di euro perso su 5 di fatturato, non rientrano nel decreto ristori perché hanno perso “solo” il 20%. Senza considerare quelle che superano i 10 milioni di euro che, qualora non dovessero continuare, danneggerebbe l’intera filiera, che vive grazie alle aziende di dimensioni maggiori. Eppure si continuano a pagare affitto, Tari, Imu, oltre a dover fronteggiare un incremento dei costi delle materie prime». Mentre sul fronte dell’occupazione si teme che la scadenza del blocco dei licenziamenti porti a tagli del 15-20% del personale, ovvero di oltre 75.000 addetti.

In tal senso, la federazione italiana degli industriali dei TessiliVari e del cappello, indica alcune soluzioni.

Per esempio la decontribuzione della manodopera femminile, vale a dire quella più penalizzata dalla pandemia e ampiamente in testa fra gli occupati del tessile: «In questo modo – spiega Cavelli – potremo svolgere le commesse il più velocemente possibile, premiando anche le lavoratrici con retribuzioni superiori, ma avendo costi inferiori per l’azienda e limitando la cassa integrazione». Si chiede, tramite una certificazione, l’eliminazione dell’Imu sui capannoni non produttivi, perché fermi a causa della pandemia oppure perché usati come magazzino. Sul fronte dei ristori, invece, si chiedono contributi a fondo perduto proporzionali alla perdita di esercizio di conto economico: «Il sistema – aggiunge il presidente della federazione – viene già applicato per i contributi delle aziende energivore, dove viene calcolato un rapporto tra fatturato e incidenza energetica. Lo stesso dovrebbe farsi parametrando il fatturato e l’occupazione Made in Italy delle aziende, così da privilegiare chi contribuisce anche in termini di contributi reali e sociali al Pil Italia, escludendo chi sfrutta il Made in Italy, ma produce in gran parte all’estero».

Infine altre due proposte: attivare il credito di imposta per la ricerca e sviluppo e pagare la sola Iva incassata, mentre oggi «le aziende sopra i 2 milioni di euro di fatturato devono versare l’Iva a prescindere dal fatto che sia stata realmente incassata, perché i fornitori dei grandi gruppi ormai pagano a 120-150 giorni e le Pmi fanno da banca sia per le aziende più grandi, con le quali non hanno margine di trattativa, sia per lo Stato che non ammette ritardi».