Piccolo non è più bello, priorità alla crescita (anche con la Borsa)

Se è vero che in politica spesso ci vuole un governo di sinistra per realizzare provvedimenti di destra, da ieri forse si può pensare che in Confindustria occorre un piccolo imprenditore per spingere le aziende a diventare grandi. E’ accaduto infatti che all’annuale assemblea degli industriali il neo-presidente Vincenzo Boccia, ex leader della piccola industria, abbia detto senza mezzi termini che «l’industria del futuro richiede dimensioni adeguate» e come se non bastasse ha aggiunto che «piccolo non è bello in sé ma è solo una fase della vita delle imprese, si nasce piccoli e poi si diventa grandi». Il tema della dimensione delle imprese è un evergreen dei dibattiti di politica industriale e ancora di recente l’economista Stefano Micelli, in un suo pamphlet, ha sostenuto che la rivoluzione delle stampanti 3D manda in soffitta le economie di scala, ma le parole di Boccia segnano una discontinuità. Nella prima parte della relazione — sicuramente quella più convincente — il neo-presidente ha legato il tema della dimensione delle imprese a un nuovo rapporto che si deve creare tra aziende familiari e finanza. «L’ingresso di un fondo di private equity nel nostro capitale va vista come un’opportunità», ha detto e ha indicato il programma Élite, propedeutico all’ingresso in Borsa, come una priorità del suo mandato ripromettendosi di coinvolgere «non poche centinaia ma migliaia di imprese».

La relazione fiduciaria tra imprenditoria e piazza Affari non è stata mai ampia, il timore della finanza mordi-e-fuggi è, non senza ragioni, radicato tra gli imprenditori di territorio e in più Giorgio Squinzi, che pure ha creato dal nulla una multinazionale, coltiva una sua personale idisiosincrasia per il listino. Con il cambio al vertice ci sono i presupposti, però, perché la Confindustria targata Boccia apra un nuovo capitolo e vedremo se il neo-presidente terrà il punto già dalla prime uscite che farà nei territori. Da Ancona a Varese fino ad Alba, quando troverà davanti a sé platee composte al 90% da Pmi.

Snocciolando la sua piccola svolta Boccia non si è mostrato ottimista sullo stato di salute del Pil tanto da sostenere che «la nostra economia non è ripresa» ed è apparso preoccupato sulla polarizzazione del sistema delle imprese. A fronte delle aziende lepri che hanno già superato la crisi, ci sono imprenditori che non si sono modernizzati e c’è anche una larga fascia intermedia («sono la maggioranza») che si trova davanti a un bivio, agganciare le lepri o scivolare in basso e persino chiudere. Cosa possa fare davvero la Confindustria per evitare che dopo la selezione darwiniana operata dalla Grande Crisi sopraggiunga un altro taglio, non è ancora del tutto chiaro. Boccia però pensa che la prima scelta sia allargare la taglia delle aziende, subito dopo c’è da ricalibrare con il sistema bancario la formulazione del merito di credito. La battuta del neo-presidente («Alle banche chiediamo di tornare a parlare con noi imprenditori, nei nostri capannoni, non nei vostri uffici») non è piaciuta del tutto all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha replicato come i suoi uomini «nei capannoni già ci vanno» e anzi la banca è in prima fila nel valorizzare le filiere produttive. Ma si tratta, comunque, di scaramucce. Boccia conosce il mondo delle banche per aver avuto tra i vice di Squinzi la delega al credito ed è facile pensare che sul tema avremo degli aggiornamenti a breve.

Comunque nel mandato che gli si prospetta davanti già da ieri è apparso evidentissimo che il presidente avrà un prezioso alleato in Carlo Calenda, neo-responsabile dello Sviluppo economico, uomo che conosce alla perfezione il sistema confindustriale e che ieri è sembrato essere, al confronto di tanti pallidi colleghi di governo, un ministro con il turbo. All’opposto il tema che il successore di Squinzi non dovrà sottovalutare riguarda i rapporti con quella che assomiglia molto a un’opposizione interna. Ci sono aree dell’associazione – segnatamente Milano, Emilia, Treviso-Padova e Pordenone – che almeno per ora non si ritrovano nella leadership di Boccia e lo hanno segnalato mercoledì scorso nell’assemblea a porte chiuse, intervenendo duramente prima e votando contro/astenendosi dopo. È ancora presto per sapere che strada prenderà questo dissenso ma sottovalutarlo sarebbe un errore. In fondo ne va dell’efficacia stessa di Confindustria come infrastruttura della società civile italiana.