Piano Mascioni: 120 a rischio

Quando a fine 2015 gli spagnoli di Phi divennero i nuovi proprietari di Mascioni, le famiglie di Cuvio e dell’intera area tirarono un sospiro di sollievo. Per mesi avevano vissuto con l’incubo del fallimento dell’unica azienda rimasta in zona, in grado di garantire un’entrata a centinaia di famiglie. Poi Phi presentò le sue intenzioni. E non fu un passaggio all’acqua di rose. I nuovi proprietari, infatti, annunciarono 150 esuberi. Un macigno. Ma, dopo una lunga trattativa, si giunge ad un accordo: gli spagnoli non avrebbero licenziato nessuno in maniera unilaterale, si sarebbe aperta la cassa integrazione straordinaria per un anno e, contemporaneamente, la procedura di mobilità volontaria o per prepensionamento. Tutto risolto? Niente affatto. Ora, a distanza di sei mesi dalla firma messa nero su bianco, Phi presenta di nuovo il conto. E, di nuovo, sono dolori.

Sì perché gli investitori spagnoli riprendono proprio le prime cifre annunciate e confermano che la prossima settimana sarà aperta una nuova procedura di mobilità per 120 persone. Insomma, poco meno della metà degli attuali dipendenti Mascioni – sono 280 in tutto – dovrà rimanere a casa. Per lo meno queste sono le intenzioni del top management, annunciate nei giorni scorsi alla Rsu e ai rappresentanti sindacali. Seduti al tavolo c’erano Ernesto Raffaele (Cgil), Daniele Magon (Cisl dei Laghi) e Antonio Parisi (Uil), che, unitariamente, hanno già annunciato battaglia. Ieri hanno incontrato i lavoratori in assemblea e la linea è chiara. Se l’azienda non tornerà sulle sue decisioni si procederà con il blocco della produzione. Ovvero, sarà sciopero.

«Questo piano di ristrutturazione aziendale non può stare in piedi – commentano i tre sindacalisti – L’impatto sociale sarebbe devastante. Questa è una zona in cui per lavorare non c’è alternativa alla Mascioni. Centoventi famiglie non possono rimanere senza stipendio». Il ragionamento dell’azienda è basato sui numeri. Su 150 esuberi annunciati 6 mesi fa, soltanto una trentina di persone hanno usufruito della mobilità volontaria e dello scivolo alla pensione. troppo pochi. Sulla base della pura aritmetica, tutti gli altri dovranno rimanere a casa.

«Va anche detto però – spiegano ancora Raffaele, Magon e Parisi – che in questi mesi non è stato fatto nulla per aprire nuove vie di sviluppo per l’azienda. Si è mantenuta in equilibrio ma non si sono create nuove opportunità. Ora non si può entrare a gamba tesa in questo modo». Anche perchè, durante l’incontro dei giorni scorsi, i sindacalisti hanno chiesto all’azienda di attivare la procedura dei contratti di solidarietà, così da poter guadagnare tempo per altri scivoli pensionistici e contemporaneamente, lavorare per una crescita aziendale. La risposta, però, è stata un due di picche. Niente da fare: la solidarietà non si fa. «Non si può non ricorrere agli ammortizzatori sociali – sottolineano i rappresentanti dei lavoratori – Per noi è valido l’accordo dello scorso autunno: niente azioni unilaterali».

Ora, il secondo round è fissato per il prossimo 12 luglio, quando è già stato fissato un incontro tra azienda e sindacati nella sede dell’Unione industriali della provincia di Varese. «Se in quell’occasione l’azienda chiuderà ancora tutte le porte – rimarcano Raffaele, Magon e Parisi – procederemo con il blocco aziendale. Non possiamo lasciar morire socialmente ed economicamente un intero territorio».