Ora il verde è di moda

Vago (Smi) commenta l’accordo a difesa dell’ambiente

MILANO – Si chiama Fashion Pact, letteralmente, alleanza per la moda. Ma non si tratta di un calendario ragionato di eventi e sfilate. Questa volta in gioco c’è la produzione, l’industria, e il suo impatto sull’ambiente. Quello stretto da 32 big mondiali della moda è un patto in difesa dell’ambiente. A proporlo è stato il colosso Kering, ma poi lo hanno seguito brand del calibro di Adidas e Puma, Burberry, Gap Nike . E ovviamente la squadra italiana, con Ermenegildo Zegna, Giorgio Armani, Moncler, Prada e Salvatore Ferragamo. «Una iniziativa come questa – commenta Marino Vago, presidente di Sistema Moda Italia (nella foto Blitz) – non può che essere considerata come un passo avanti molto importante su un tema, quello della sostenibilità, che sicuramente non ci coglie impreparati. Anzi. Quella della sostenibilità, per molte aziende in questi anni è stata la via maestra seguita per competere a livello globale. Tanto più che le informazioni al consumatore si legano inevitabilmente alla tracciabilità dei prodotti». Un tema caro alle industrie tessili varesine, grazie anche alla presenza sul territorio del centro Cot di Busto Arsizio, un avamposto in tema di sostenibilità e formazione attenta all’ambiente. Le buone intenzioni, però, sottolinea Vago, non bastano. Bisogna ora passare all’azione. «Questo patto non deve essere soltanto una dichiarazione di intenti – spiega – Andiamo ad esempio a verificare se l’industria tessile è ancora la seconda più inquinante, o se, negli anni, ha saputo rinnovarsi. Verifichiamo se ci siano ancora sprechi o se le aziende siano diventate più efficienti, tenendo presenti che le imprese del settore, in questi anni, hanno dovuto fare del risparmio energetico una virtù. Chi è riuscito a sopravvivere ha dovuto per forza intraprendere la via di una gestione attenta della propria attività». Il tutto senza dimenticare che «la sostenibilità è un valore – continua Vago – ed ha un valore: ha un costo che le deve essere riconosciuto». E certamente le aziende del lusso riescono ad ammortizzare più facilmente rispetto a quelle di dimensioni inferiori o rispetto ai gruppi di “fast fashion” che giocano la propria sopravvivenza quasi sui centesimi dei prezzi di vendita. E poi resta il capitolo più spinoso, quello della politica e dell’azione dei governi. «Se un gruppo così importante di aziende – sottolinea il presidente varesino di Smi Italia – sostiene una azione a favore della sostenibilità, mi auguro che ora anche i governi di riferimento condividano gli ideali messi in campo. Certo resta un rammarico non da poco: l’iniziativa è partita dalla Francia e non dall’Italia che vanta una filiera intera e che solo nel tessile conta 400mila occupati». Emanuela Spagna