Ora il Sacro Monte ha bisogno di aiuto I fondi sono terminati

La Prealpina - 06/02/2020

«Lo sguardo di tutti è rivolto quassù. Ebbene, se il Sacro Monte è il biglietto da visita della città, bisogna tutelarlo». Parla di «impegno di tutti», perché «stupore e ammirazione e la presenza costante e apprezzata di chi può fare qualcosa non bastano, bisogna avere una visione più ampia e rendersi conto che la parrocchia non può fare di più. Non può farcela, da sola, con gli abitanti, a garantire la cura necessaria a questo luogo». L’arciprete del sacro Monte, don Sergio Ghisoni (foto al centro), lancia un nuovo appello. Stavolta è un vero Sos, certo declinato nei termini dell’uomo di Chiesa ma pragmatico, concreto. Vengono chiamati in causa il Comune, la Regione, gli enti economici e le fondazioni che possono aiutare a sostenere la fabbrica del Sacro Monte che ancora non c’è, la cui idea è stata lanciata mesi fa proponendo una sorta di fabbriceria del Duomo di Milano. E poiché i tempi sono cambiati, di soldi ne girano pochi, pellegrini e fedeli danno il loro contributo ma per mantenere un sito Unesco di denaro ce ne vuole esattamente una montagna. Come quella sacra. Inutile chiedere quanto costi la manutenzione ordinaria e e quanto possa costare il restauro, che dovrebbe essere quasi continuo, del viale del Rosario e del santuario. L’unico a sbilanciarsi snocciolando due cifre, è Davide Cadoni, l’economo della parrocchia. «Il bando Buone prassi è attivo da tre anni e si concluderà a settembre: 500mila euro coperti per il 60 per cento dalla Fondazione Cariplo e la cifra rimanente a metà tra parrocchia, quindi circa 100mila euro, e Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte». Ebbene, il consiglio pastorale, l’analisi dei conti, il responso. Le casse sono vuote o quasi. L’arciprete ricorda che il Sacro Monte «è una realtà enorme». Quanto possono fare la parrocchia e un centinaio di residenti, da soli? Hanno già fatto miracoli, a Natale, con l’allestimento delle lucine, con quella grande collaborazione tra abitanti e volontari che amano il borgo e che utilizzando le illuminazioni dismesse dei Giardini Estensi hanno creato uno spettacolo unico che ha richiamato migliaia di persone fino a dopo la metà di gennaio. Il «grazie» di don Sergio va agli amministratori civici, «sempre presenti qui». Ora che si riprendono i lavori di manutenzione lungo la rizzada, serve però altro. Con gli ultimi fondi del bando ancora attivo, si sistemano le luci all’interno delle cappelle. Sembra una cosa da poco, non lo è per niente. Lungo il viale, oltre due chilometri di lunghezza, vi sono cinque contatori che vanno ottimizzati.

L’illuminazione delle cappelle è essenziale, quella del viale rappresenta invece un sogno al momento irrealizzabile. Vi è poi la manutenzione ordinaria, che porta via altri fondi, tanti, e che fa ridimensionare altri progetti. Come quello di restaurare, o meglio di rendere agibile e riaprire, il vecchio oratorio, proprietà della parrocchia e che potrebbe diventare un luogo eccezionale di accoglienza per i pellegrini. I visitatori in gruppo, ora, devono stare in chiesa, all’aperto quando c’è bel tempo o rifugiarsi nei locali pubblici. Ma lì si possono trascorrere momenti conviviali, per i pellegrini vi è bisogno a volte di un luogo di raccoglimento e confronto che non sia il santuario. Il progetto c’è già, si è tentato anche di ottenere dei contributi partecipando a due bandi regionali, ma il piano non è andato a buon fine. Un peccato, perché, come sottolinea don Sergio, «non avere uno spazio di ritrovo significa mortificare la vita al Sacro Monte».