«Non attiriamo i giovani? Loro vogliono sognare»

La Prealpina - 17/06/2022

«Sì, lo so: non passa giorno in cui commercianti e imprenditori lamentano forti difficoltà a trovare personale. Smettiamola però di dare la colpa ai 500 euro del reddito di cittadinanza. Piuttosto sarebbe il caso di fare un po’ di sana autocritica, perché secondo me paghiamo le cattive gestioni delle risorse umane degli anni passati. In più c’è stata la pandemia che ha cambiato tutto…».
Rosario Rasizza, ad di Openjobmetis, la società gallaratese tra le più importanti in Italia nel settore delle agenzie di lavoro, prova a confrontarsi con l’appello del presidente della Camera di Commercio, Fabio Lunghi, secondo il quale se spesso e volentieri non si trovano più lavoratori la colpa è anche di chi il lavoro lo dovrebbe dare. È così? «Prima della pandemia bastava mettere un annuncio sul giornale e avevi la coda di persone tra cui scegliere. Non è più così, anche perché le persone con la pandemia hanno modificato il loro modo di pensare. Il cuoco che prima lavorava senza sosta da mattina a sera ora preferisce lasciare il ristorante per trovare un impiego classico di 8 ore. Con i vari lockdown ha riscoperto il piacere di stare in famiglia e con amici e non vuole più tornare indietro. Per questo credo che gli imprenditori debbano ripartire da un paradigma diverso mettendo la persona al centro del proprio progetto imprenditoriale. Noi di Openjobmetis abbiamo cercato di creare un ambiente di lavoro più stimolante ma soprattutto più vicino alle esigenze dei nostri dipendenti così da permettere di coniugare lavoro e famiglia e di garantire loro maggior serenità. Sarà un caso ma da noi c’è pochissimo turn over», prosegue Rasizza.
Poi, entra nello specifico: «All’amico Fabio dico: se non attiriamo i giovani è perché i giovani hanno bisogno di sognare, di sentirsi protagonisti e di essere sfruttati da nessuno. Diciamo le cose come stanno, le persone si sono rotte di essere sfruttate. Non è sempre colpa degli altri e noi imprenditori dobbiamo fare la nostra parte. Durante la pandemia Openjobmetis non ho mai fatto un giorno di fatto cassa integrazione e altri hanno messo in cassa i dipendenti. Ma siamo sicuri che non si poteva fare diversamente? Ho saputo di ristoranti che hanno fatto lavorare chi era in cassa…».

Fabio Liberali, chief communication officer dell’azienda di famiglia, la Lu-Ve di Uboldo, uno dei maggiori costruttori mondiali di scambiatori di calore ad aria del mondo, prospetta grossi cambiamenti nell’approccio al lavoro da parte delle nuove generazioni: «Siamo assistendo a un cambio di prospettiva. Certo, il posto fisso attrae ancora, ma le priorità sono diventate altre: la qualità della vita che avrò facendo quel determinato lavoro. Sono fresco reduce da un convegno al quale hanno partecipato molti grandi gruppi e in quel contesto uno studio ha svelato che il 60% dei neoassunti al primo lavoro chiede, come prima domanda, che cosa faccia quell’azienda per la sostenibilità. I valori delle nuove generazioni stanno cambiando ed è inevitabile prenderne atto. Anche lo smart working, nonostante Elon Musk non lo voglia più fare, è una scelta irreversibile». Il motto di Lu-Ve è «le aziende sono donne, uomini e idee». «L’ha inventato il nostro presidente, mio padre Igino, ma non solo uno slogan», chiosa Fabio Liberali: «Per noi le persone sono davvero al centro. Di sicuro non abbiamo a che spartire con quelli che offrono posti a 500 euro al mese e che non gliene frega nulla dei propri lavoratori. Noi abbiamo previsto un piano di borse di studio per i figli più meritevoli dei nostri dipendenti».
«Noi abbiamo una profonda attenzione verso la sostenibilità e il welfare aziendale», fa eco Alessandro Ballerio, amministratore delegato di Elmec Informatica, società in forte espansione con oltre 700 dipendenti nel Campus Tecnologico di Brunello. Non c’è angolo nella sede di questa azienda che non sia stato studiato per fare stare bene il dipendente. Per rendere l’azienda «attrattiva». Ballerio cita alcuni esempi: «Il ristorante interno, la nuova palestra che inaugureremo a breve e le tante convenzioni che stringiamo sul territorio hanno un valore importante, specie per i più giovani».

Assunti in 3.967 come tirocinanti

Giovani che vengono assunti per ricoprire soprattutto incarichi di lavoro da ufficio, oppure ragazzi e ragazze che vengono inseriti nel settore del commercio o in quello dei servizi. L’Ufficio Studi e Statistica della Camera di Commercio di Varese ha analizzato figure e ambiti settoriali relativi ai percorsi lavorativi avviati nel 2021 in provincia con la tipologia dei tirocini. Quel che emerge è che il numero complessivo delle persone assunte con questa forma di contratto sfiora le quattromila unità: l’anno scorso sono stati attivati 3.967 tirocini, per un totale di 3.944 tirocinanti. Il 2020 subisce una variazione negativa del -37% rispetto all’anno precedente e, a fine 2021, il gap da colmare con l’anno 2019 è ancora del -9%. I tirocini rappresentano, concretamente, il 3,6% delle assunzioni avvenute in provincia di Varese nel 2021, percentuale che era scesa al 3% nel 2020 (il 2019 vedeva lo stesso peso del 2021: 3,6%). Per la stragrande maggioranza si tratta di giovani al di sotto dei 30 anni (84%), ma non sono mancate anche persone tra i 40 e i 49 anni (circa 200) e quelle di età superiore ai 50 anni (circa 200). Entrando nel dettaglio, le professioni con il maggior numero di assunzioni in provincia di Varese nel 2021 sono state quelle relative al commercio, in recupero dopo le pesanti difficoltà dell’anno precedente: qui i contratti di tirocinio per gli addetti alle vendite sono stati 464. A seguire, le figure amministrative e di segreteria (414).

Di particolare interesse è il fatto che, negli ultimi anni sono entrate nella top ten delle professioni maggiormente avviate al lavoro con questa modalità contrattuale le figure dei tecnici programmatori (177 tra il 2019 e il 2021). Una crescita che, nel suo complesso, tocca tutte le professioni collegate all’informatica, come gli analisti e tecnici di software, i programmatori e i gestori di reti e sistemi telematici: tutti ambiti che vedono le imprese preferire i tirocinanti “under 30”. Non a caso proprio quello dell’informatica è un settore in fortissimo sviluppo, che offrirebbe svariate possibilità di lavoro ai giovani, ma il fatto è che in tutta Italia il numero di tecnici formati è per il momento nettamente più basso rispetto alle richieste (pressanti) delle aziende. Peraltro, che la popolazione femminile sia per ora poco incline a scegliere un percorso di formazione di tipo tecnico, a tutti i livelli, riduce ulteriormente il vivaio di candidati disponibili al quale i titolari delle imprese possono attingere. Una situazione problematica, questa, che invece non tocca l’attività di manutenzione dei giardini e del verde nel suo complesso e quella della pulizia, dove per le assunzioni si guarda anche alle fasce d’età superiori.

«Tornare desiderabili agli occhi di chi snobba i nostri annunci»

Gli imprenditori hanno difficoltà a trovare lavoratori specializzati e proprio per questo da tempo hanno (in testa il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi) messo nel mirino il reddito di cittadinanza, anche se appare francamente improbabile credere che quel sussidio possa essere una sorta di concorrenza al mercato del lavoro. A fare da controcanto le denunce dei sindacati e degli stessi lavoratori rispetto a stipendi troppo bassi, lavoro nero e mancanza di tutele. Con la sua lettera-appello pubblicata su Linkedin il presidente della Camera di Commercio di Varese, Fabio Lunghi, ha provato ad oltre le lamentele degli imprenditori per cercare di capire come fare per attrarre lavoratori che non si trovano. Un paradosso, in tempo di crisi. «Dobbiamo cominciare», ha scritto, «ad analizzare con attenzione l’universo dei giovani, le loro aspettative, il loro modo di ragionare per capire cosa rende “sexy” e desiderabile ai loro occhi un’azienda. Perché quando un problema comincia a diventare irrisolvibile l’unica è innovare l’approccio al problema». «Questo noi imprenditori lo sappiamo meglio di chiunque altro. Spero e conto sul fatto», è l’auspicio di Lunghi, «che cominceremo a guardare anche a quello che possiamo fare noi, per tornare a essere desiderabili agli occhi dei tanti che sembrano snobbare le nostre offerte di lavoro, e non solo a lamentarci dei pur tanti fattori che le indeboliscono».