MV corteggiata ma in panne

La fabbrica delle moto di Varese fa venire in mente un detto popolare: è come una bella donna dalle lunghe ciglia, tutti la amano, nessuno se la piglia. Si chiamava Cagiva alle origini e tutti pensavano a Kurosawa, cioè a un’azienda giapponese. In verità la denominazione sociale era casereccia. L’acronimo di Castiglioni Giovanni Varese, dove Giovanni era il padre di due fratelli, Gianfranco e Claudio, che avevano avuto l’ardire nel 1978 di rilevare lo stabilimento di Schiranna lasciato libero dagli americani dell’Harley Davidson. Poi, dopo una leggendaria cavalcata di successi, dopo che Cagiva aveva acquistato dalle Partecipazioni statali la Ducati, anzi il suo cadavere, cominciarono i guai. Ducati, ritornata splendida, finì nel portafoglio di un fondo statunitense, Texas Pacific, che a sua volta la vendette ai tedeschi dell’Audi. Brutta faccenda: un nostro marchio glorioso fuori dei confini nazionali. Dov’erano gli alti papaveri di Confindustria che oggi, anno di disgrazia 2016, hanno grossi problemi finanziari con il loro prestigioso quotidiano, il Sole 24 Ore?

Ma torniamo alla Cagiva che nel frattempo era diventata MV Agusta, perché i due fratelli Castiglioni nel 1992 si erano impadroniti, zitti zitti, di un altro status symbol delle due ruote: “M” come Meccanica, “V” come Verghera, Agusta come il nome di una famiglia di nobili decaduti protagonisti della più bella avventura del volo ad ala rotante. Sì, gli elicotteri.

Bene, col nome MV c’è stata la rinascita, in un primo momento, grazie a modelli prestigiosi. Senonchè i conti hanno cominciato a fare acqua. Ma niente paura: al comando c’era Mister Claudio, grande appassionato di moto, spericolato e visionario, il costruttore italiano più noto in un mondo dominato dai giganti del Giappone. E qui bisogna riassumere avvicendamenti che la dicono lunga. Alla Schiranna arrivarono nuovi padroni, i malesi della Proton. Restarono qualche anno e poi si arresero, lasciando 70 milioni nelle casse della ex Cagiva. Il loro posto fu preso dagli americani dell’Harley Davidson, dopo il fallimento di una trattativa con la Piaggio. Che essendo venuta meno ai patti pagò una penale a sei zeri: 125 milioni.

La moto in chiesa

Harley Davidson: un ritorno. Tutto sembrava finito bene. Claudio conservava la carica di presidente. E invece anche gli yankees, travolti dalla crisi mondiale del 2008, batterono in ritirata riconsegnando al combattivo e stimatissimo Castiglioni un’azienda che solo grazie alla sua tenacia poteva riprendere la corsa. Anche gli americani pagarono un dazio: il soggiorno a Varese costò complessivamente 250 milioni di dollari.

Il grande condottiero è morto nel 2011 e nessuno dimentica il suo funerale con una moto portata in chiesa. La bara scortata da decine di campioni in sella a potenti bolidi con in testa Giacomo Agostini. Lacrime e sconforto. In un momento delicatissimo le redini della fabbrica di Schiranna passavano a Giovanni, il figlio trentenne di Claudio. Dura venire dopo un padre tanto ingombrante. E dura si sta rivelando l’avventura: debiti, cassa integrazione, accuse penali per evasioni contributive pari a sette milioni di euro, richiesta di concordato con i creditori, giorni fa l’annuncio della comparsa di un socio finanziario al capezzale del malato illustre. Il tutto con un paradosso: MV ha un campionario di moto straordinarie. Ma delle due l’una: o sono troppo straordinarie e non si riesce a costruirle, a venderle. Oppure c’è qualcosa che non ha funzionato tra la famiglia Castiglioni e il suo partner di minoranza, la Daimler Mercedes, che minaccia di andarsene lasciandosi alle spalle il disastro.

Siamo ai nostri giorni. E siamo a una speranza: qualcuno salvi la MV Agusta, uno degli ultimi gioielli della collezione Varese. Il giovane Castiglioni, se ce la fa, troverà un fondo di private equity che si trova sempre quando il boccone è prelibato. Magari la Mercedes, con un partner finanziario di peso, dato che il core business della casa tedesca sono le auto di prestigio, non le moto di lusso.

Non è inutile ricordare in queste ore di generale trepidazione come il mondo seppe che l’indimenticabile Claudio, nel cui nome sono attivi in tutta Europa club di bikers innamorati delle sue creature, tirava fuori dal cilindro, come fosse un mago, un coniglio targato MV Agusta. Si pensava che il marchio fosse finito per sempre nei libri di storia.

Lustratevi gli occhi

Settembre del 1997, Milano: al Salone del ciclo e motociclo c’era la folla che di solito fa da cornice ai film di Cannes e di Venezia. Fotoreporter con gli occhi a mandorla avevano già vivisezionato con migliaia di scatti la bella creatura in un’anteprima per la stampa alla Società del Giardino, un luogo esclusivo della Milano che era stata “da bere” e tornava a essere “da ammirare”. Ma poi si erano trasferiti alla Fiera per una seconda visione ravvicinata. Emozionante il battesimo. Facendo il verso a James Bond: il mio nome è F4, MV Agusta F4. Cilindrata 750, motore Ferrari in miniatura, a teste rovesciate, con l’aspirazione davanti e lo scarico dietro, telaio in un classico scatolato di alluminio leggero tipo Deltabox. Due i padrini della creatura: Massimo Tamburini, mago di Rimini, e Luigi Botta,disegnatore di Varese, figlio d’arte perché suo padre Francesco aveva fatto lo stesso mestiere all’Aeronautica Macchi. Luoghi del concepimento: Maranello, Schiranna e Borgo Panigale. Come dire la somma dei luoghi in cui di in quegli anni si esprimeva il meglio dell’industria al servizio dei motori. Come dire che nel Dna della nuova moto c’erano cromosomi del Cavallino rampante, dell’Elefantino Cagiva e del Cucciolo Ducati

Leggiamo i titoli dei giornali: “Cagiva riporta in strada la moto del secolo“, “MV Agusta, il mito ruggisce ancora“, “Castiglioni rilancia MV: la vera Ferrari delle moto.” La Gazzetta di Cannavò puntò sull’emozione: “Lustratevi gli occhi. E’ una MV.” Negli articoli la parola ricorrente era “scultura” per descrivere l’insieme stupefacente, il concentrato di bellezza esagerata. Troppo esagerata? Solo da guardare o anche da comprare la redenta MV? Veicolo del desiderio o prodotto di mercato?

Un bonifico di 100mila dollari firmato da un collezionista americano e indirizzato all’importatore Usa di Castiglioni fornì la risposta. La somma venne restituita perché l’F4 non era ancora in produzione. Ma quello fu il segnale di un interesse certo e inequivocabile. Si seppe che il sogno di moltitudini di bikers aveva circolato per due anni camuffato da Ducati 916. Si conobbero i dettagli della partecipazione della Ferrari al progetto del nuovo motore. Ed emersero rivelazioni sensazionali sulla messa a punto dell’opera d’arte nella bottega rinascimentale del maestro Tamburini. Un professore d’orchestra aveva accordato il silenziatore di scarico per trasformare il rumore in sinfonia, i decibel in frequenze musicali. Quattro tonalità distinte a seconda del numero di giri. E’ il caso di dirlo: andante con moto.

Nelle parole di Claudio, quella sera a Milano, felicità umana e orgoglio industriale: «Quando abbiamo appiccicato il primo adesivo MV a me a Massimo sono venuti i brividi. Questa è la moto più bella del mondo, la più tecnologica. Chi mi dà del pazzo un po’ ha ragione, ma ignora che abbiamo assunto professionisti di alto profilo, che l’organizzazione aziendale c’è. Fretta non ne ho, i risultati verranno. Io ci credo».

Quanta notorietà per l’MV Agusta rediviva e quante raid di Claudio per annunciare al mondo che anche i giapponesi facevano l’inchino alla Bella Addormentata di nuovo desta. C’è una scenetta che Castiglioni raccontava sempre, quasi per esorcizzare i bassi della crisi, arricchendola ogni volta di nuovi particolari. “Ho visto un re, abbè si bè”: ricordate il ritornello della famosa canzone di Jannacci? A Claudio capitò veramente di vederlo un re: Juan Carlos in carne e ossa, sovrano di Spagna, pimpante e sorridente nel Palazzo della Zarzela, residenza di teste coronate dal XVII secolo.

L’inventore di mostri a due ruote s’era recato a Madrid per consegnargli personalmente, in regalo, una F4 serie oro e non c’era stato bisogno di suppliche: il re aveva detto sì all’incontro. «Con me c’era Agostini. Avevamo posteggiato la moto in un grande parco, sotto a una scalinata. C’erano le chiavi infilate nel quadro, avevo pensato di far fare al sovrano un giro sul sellino posteriore con Giacomo alla guida. Senonché il sovrano montò il sella, senza casco, con la sua mole imponente; mise in moto e partì da solo. Passammo dieci minuti d’inferno. Il re era sparito e noi ci chiedevamo che figura avremmo fatto se fosse caduto. Ricomparve, per fortuna, e sospirò: è una favola». Non era una favola lo stupore dei giapponesi per la bella italiana risorta. «Una volta eravamo a una fiera nelle vicinanze di Tokio», narrò ancora Claudio, «fummo circondati da una nuvola di personaggi e uno di loro ci disse: siamo ingegneri della Honda, rendiamo omaggio ai nostri avversari, ad Agostini e a questa moto stupenda». Già stupenda come una storia che non può morire per supponenze individuali o errori di strategia. Nel mondo, non solo a Varese, è l’augurio di tutti.