Morazzone Mam, scure cinese Si va al fallimento

La Prealpina - 23/03/2018

Quando, nel luglio scorso, alla Mam (azienda già leader mondiale nella produzione di collettori per il settore automotive e per gli elettrodomestici) fu firmato l’accordo sindacale che metteva nero su bianco l’uscita volontaria incentivata di 30 persone, gli allora 140 dipendenti tirarono un sospiro di sollievo. Dopo presidi, scioperi e proteste pensarono che la fase acuta della crisi potesse essere lasciata alle spalle. Invece, soltanto otto mesi dopo, si ritrovano , di fatto, senza un posto di lavoro.

Sì perché la direzione aziendale, nella serata di mercoledì, ha comunicato ufficialmente ai rappresentanti sindacali che è ferma intenzione della proprietà preparare tutta la documentazione necessaria per presentare richiesta di fallimento. Libri in Tribunale, dunque, e azienda chiusa nel giro di qualche mese. Il gruppo cinese proprietario dell’azienda dal 2015, non intende più mettere in campo un euro e, a quanto pare, non c’è modo di avviare una trattativa.

«Una decisione incomprensibile – afferma Fabio Dell’Angelo (Uilm) che con Giovanni Cartosio (Fiom) e Flavio Cervellino (Fim) segue l’azienda dall’inizio della sua crisi – che non ci aspettavamo. Avevamo una trattativa aperta, contratti di solidarietà finiti a febbraio e, soprattutto, una riduzione di personale di 40 unità completata a dicembre. Abbiamo invocato più volte un piano industriale serio che non è mai arrivato sul nostro tavolo. Sempre documenti fumosi e progetti mai posti in essere». Della stessa opinione anche Flavio Cervellino (Fim): «Quando l’azienda ci ha convocato non sapevamo cosa aspettarci – dice – Negli ultimi mesi sono sempre stati assenti, fornendo risposte sempre vaghe. Purtroppo chi siede al tavolo non ha margini e di fatto una trattativa seria è impossibile».

Incomprensibile la strategia cinese. Prima l’acquisto in toto dell’azienda, debiti compresi. Poi un ulteriore esborso di denaro per incentivare l’uscita di trenta persone (diventate poi 40) e pagare i relativi Tfr. E ora la scelta di chiudere, con ben poca cura delle conseguenze sociali: cento famiglie saranno in difficoltà.

«Siamo di fronte a una dinamica veramente insolita – sottolinea Giovanni Cartosio (Fiom) che lascia sul terreno cento famiglie in difficoltà. Tra l’altro molti dipendenti sono in azienda da anni e sono già abbastanza avanti con l’età e la ricollocazione sarà più complicata». Ora scattano i tempi tecnici della procedura.

Nel frattempo resta solo un’ultima speranza, condivisa dai rappresentanti sindacali: «Se qualche imprenditore serio è interessato all’azienda, si faccia avanti, presenti una manifestazione di interesse, anche prima dell’eventuale asta». Serve un cavaliere bianco, dunque.