Morandini e Venezia Due mondi a confronto

La Prealpina - 05/04/2018

Può accadere che un artista della modernità più rigorosa “incontri” una preziosità della Serenissima, dalla storia e bellezza uniche, come la Scuola Grande della Misericordia, una delle sette “Scuole Grandi”, attive dal 1308 al 1806. Originariamente progettata dal Sansovino, già sede della Confraternita dei Battuti, la Scuola Grande della Misericordia si presenta alla fine della Fondamenta di Cannaregio, al nord di Venezia: al primo impatto è apparsa a Marcello Morandini in tutta la sua magnificenza, con tre navate siglate da colonne binate su robusti plinti, mentre alle pareti si susseguono ritmicamente sequenze di semicolonne con nicchie in pietra d’Istria. Al primo piano, la splendida sala capitolare con decorazioni “a fresco” della scuola di Paolo Veronese.

Morandini, tra gli artisti più significativi del XX secolo, ha allestito una mostra a dir poco grandiosa, per la qualità e la quantità di opere. A suo dire, il primo “incontro” con il luogo dell’esposizione lo ha indotto a pensare ad una particolare distribuzione dei suoi lavori, tutti rigorosamente realizzati con materiali diversi, ma sempre in bianco e nero. Ha voluto pannelli di sostegno di color grigio, messi in prospettiva angolata, che “imprigionassero” i plinti, nascondendoli, sì da lasciar svettare, al di sopra, gli altissimi colonnati.

Un coup de théâtre molto efficace per il visitatore. Quel non-colore morandiniano ben contrasta e “regge” l’opulenza maestosa tutta veneziana, dal pavimento ai soffitti. Ed è proprio l’arte di Marcello Morandini, artista-architetto-designer, a definire con severa sistematicità spazi e forme, laddove è pur sempre la matematica (nello spazio contenitore come nelle opere) lo strumento univoco per le infinite possibilità di visualizzazione nell’antica storica Scuola Grande.

Regole e trasformazioni nei suoi lavori, non elaborati semplicemente da una intuizione, ma frutto di una severa sistematicità nella ricerca, ben interagiscono con le strutture che li accolgono, quasi in un colloquio segreto di armonie e bellezze, da ritrovare a distanza di secoli.

E non bisogna sottovalutare che Marcello, varesino d’adozione, sia nato a Mantova, città dove la mise-en-scène urbana si incentra sulla perfezione architettonica rinascimentale di Leon Battista Alberti in Sant’Andrea, continuando con le ben modulate fantasie vitruviane di Giulio Romano nel cinquecentesco Palazzo Te, senza dimenticare la trecentesca pienezza ritmica della Reggia dei Gonzaga.

Nella mostra si evidenzia la serialità, cifra subito riconoscibile di Morandini, nel contrasto del bianco e del nero, che negli anni si evolve nel modello di relazione materia-spazio-tempo in formulazioni elementari visive che inducono sempre al movimento. Si sviluppano differenziazioni successive a cercare modelli di “costruzione”, in cui estensione, elasticità, rotazione, torsione offrono innumerevoli soluzioni d’arte che hanno poi trovato applicazioni nell’architettura e nel design, con ricchezza di effetti visivi in Svizzera, in Germania, in Malaysia, a Singapore, a Tokio, ma anche nel contesto urbano di Varese. La mostra è aperta fino al 29 aprile; è organizzata da Orler Gallery e dalla Fondazione Marcello Morandini, che dal 2016 si muove nell’obiettivo di far nascere a breve il Museo dell’artista, con sede a Varese. Museo, che accoglierà “in toto” il suo percorso d’arte, storico e attuale.