Missoni – «Dopo la crisi verrà avanti un mondo fatto di qualità»

La Prealpina - 01/07/2020

Luca Missoni, lei porta un nome che è un simbolo del brand italiano nel mondo, come pensa che il nostro Paese possa trovare una strada per rialzare la testa dopo questo durissimo periodo di crisi?

«Tutte le attività hanno avuto un grosso colpo, una battuta d’arresto. Ma non dobbiamo perderci d’animo e approfittare di questa situazione per pensare, per avviare un percorso introspettivo a tutti i livelli e un esperimento sociale che nessuno avrebbe mai immaginato, se non in una sceneggiatura da film. Noi come Paese dobbiamo scoprire nuovi percorsi e non avere paura ad affrontarli».

La sua è una riflessione che porta al ripensamento completo della società?

«Sì perché cambiano le modalità dei consumi, cambia il concetto di superfluo e di utile. In teoria ora dovrebbe valere solo l’utile. Invece, come reazione, tanti vogliono tornare al superfluo dopo essere stati chiusi per mesi nelle loro case. Le cose che avranno un valore aggiunto culturale vinceranno. La speranza è che venga avanti un mondo fatto di qualità. Il mettersi in mostra diventa perciò non un modo per far parte della comunità mondana ma per il senso innato del bello».

Quanto conta il genio, quanto pesa l’intuizione nei processi di mercato. E quanto, invece, va attribuito alla sana organizzazione e alla programmazione?

«Il genio conta a prescindere, tanto più in questo periodo. Significa provare nuove formule, azzardare. È l’atteggiamento che più piaceva a mio padre, sempre molto libero nel pensare».

Lei è direttore artistico dell’archivio Missoni, quindi si occupa di valorizzare il patrimonio storico e artistico del marchio: quanta importanza hanno in un’azienda il suo passato, le sue radici?

«Contano le radici. Il passato conta ed è pieno di insegnamenti. Un percorso che va dagli anni Cinquanta ad oggi. I miei genitori sono stati pionieri in un periodo di grande modernismo. Ti accorgi che hanno lasciato un heritage, un’eredità culturale che siamo felicissimi di avere e quando la trasferisci come valore aggiunto nei prodotti ti permette di entrare in sintonia con le persone che ti seguono. In questo momento noi stiamo cercando di fare proprio questa operazione: andiamo a raccontare questa bella storia ancora di più. L’esperienza di creare tessuti è come l’arte, poi però sa andare anche nel prodotto industriale».

Lei è anche presidente degli Amici del Maga per il sostegno e la valorizzazione del museo gallaratese, che risposta percepisce nel mondo imprenditoriale rispetto all’arte e alla cultura? È ancora possibile parlare degli imprenditori mecenati?

«Un po’ si è sempre fatto fatica. Il mecenatismo culturale è sempre stato nascosto, fatto modestamente. Le istituzioni non hanno mai avuto grande beneficio a propagandare il mecenatismo. Gli Amici del museo nascono per dire che c’è tanta gente che dice che è una bella cosa avere questo tipo di istituzione qui sul territorio. La risposta c’è. Esiste un gruppo e vogliamo essere ogni anno un po’ di più».

Lei ha una grande passione per la fotografia: noi viviamo in un mondo fatto prevalentemente di immagini che rischiano di trasformarsi in veri e propri simulacri che oscurano la realtà, lei percepisce questo rischio? E come se ne può uscire?

«La dinamica di comunicazione a volte è troppo tempestosa, determinata dal continuo flusso di fotografia e di video. Non c’è il dialogo. L’immagine però è universale, diretta. Ma non bisogna essere schiavi delle immagini, come chi documenta se stesso sui social, quelli che si siedono a tavola in dieci e in otto guardano il telefono. Bisogna ritrovare il momento conviviale, bisogna parlarsi. È necessario dal punto di vista antropologico. Il Maga mi piace perché è fruibile, lo testimoniano i tanti studenti che si ritrovano».

Tornando alla sua famiglia e al grande successo imprenditoriale nato da un semplice laboratorio di Gallarate, pensa che un processo del genere sia possibile anche ai nostri tempi, oppure no?

«Le possibilità ci sono sempre. Poi parlano tutti delle start up come di una cosa magica perché viene fatto tutto virtualmente ma le start up sono anche di chi si compra il trattore e inizia l’attività florovivaistica o a casa sua mette zia e cugino su una macchinetta e ha capito che c’è possibilità di fare in più. Queste sono le realtà che vanno aiutate. L’importante è che uno abbia imparato il mestiere, il resto viene di conseguenza. Il nostro modo di lavorare richiede una partecipazione diretta dell’operatore e quindi non è automatizzabile».

Lei che vive tra Varese e New York, che giudizio ha dell’Italia, un Paese che ora appare come litigioso e senza prospettive ma che riesce ancora a conservare delle eccellenze.

«Per quanto riguarda l’aspetto imprenditoriale la nostra vita è qui in Italia, l’esperienza è questa, difficile replicarla in altri territori, la grande umanità che c’è nel lavorare qui, con un sistema di tessuto produttivo che nasce dalle aziende di laboratorio artigianale. Quando vai là questa cosa non c’è. Dal punto di vista culturale sono strutturati e New York è un centro spettacolare di occasioni».

Secondo lei, quale può essere il modello di sviluppo da applicare a una realtà complessa come quella della piccola-media impresa italiana, vera e propria linfa del tessuto economico, spina dorsale su cui si basa il Paese ma messa in difficoltà da ostacoli quali la burocrazia e l’eccessivo carico fiscale?

«È un tessuto che rischia di spegnersi, bisogna pensare a uno sviluppo diverso. Se uno volesse aprire un laboratorio adesso, ha vessazioni incredibili, non era così negli anni ‘60 e ‘70. Le imprese si staccavano e ognuno apriva il piccolo laboratorio, andava in proprio, supportato dall’azienda che aveva creato un tessuto. L’alternativa è che anche a livello di scuole si insegnino i mestieri. E nelle aziende il personale sia impegnato, oltre che a produrre, a insegnare».