Mezzo dietro front su Province e Camere di commercio

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Si potrebbe dire abbiamo scherzato, oppure abbiamo sbagliato. Sta di fatto che con la manovra al vaglio della Camera si annunciano importanti novità sia per le Province che per le Camere di Commercio. Le Province in particolare, private di buona parte dei trasferimenti in attesa della loro abolizione (che poi però con la bocciatura del referendum non è più andata in porto), dal prossimo anno potranno tornare ad assumere. In maniera tale da poter ricoprire tutta una serie di funzioni vitali che nel frattempo, in seguito al trasferimento di buona parte del personale, sono rimaste sguarnite sino al punto da produrre la paralisi di molte attività di questi enti.

 

In base all’emendamento approvato in Commissione Bilancio col consenso del governo dal 2018 le Province potranno procedere ad assunzioni a tempo indeterminato nei limiti della spesa utilizzata per il personale che «è cessato di ruolo nell’anno precedente» e a patto che siano privilegiate le attività in materia di viabilità e edilizia scolastica».

 

La novità sulle Camere di commercio non è da meno. La riforma del 2016 che ha fatto partire il riordino anche di questi enti tra le varie misure ne aveva introdotta che aveva dimezzato l’importo del diritto camerale, in pratica la tassa di iscrizione, versata ogni anno dalle imprese. Un modo forse brutale per indurre questi enti non solo a tagliare tutte le spese superflue ma soprattutto ad aggregarsi, come poi è avvenuto.

 

Anche in questo campo però adesso viene innestata una mezza retromarcia, tra l’altro a favore non degli enti più virtuosi ma di quelli meno efficienti e più spreconi. In base a due emendamenti identici approvati all’unanimità le Camere di commercio potranno infatti prevedere l’aumento del diritto annuale fino ad un massimo del 50%. L’incremento, si legge nel testo di un altro emendamento approvato ieri in Commissione, potrà essere stabilito dalle Camere di commercio «i cui bilanci presentano squilibri strutturali in grado di provocare il dissesto finanziario» e che adottano «programmi pluriennali di riequilibrio finanziario, condivisi con le Regioni». Unico filtro quello del ministero dello Sviluppo economico che «valutata l’idoneità delle misure su richiesta dell’Unioncamere autorizza l’aumento del diritto annuale per gli esercizi di riferimento»