Materie prime introvabili Imprese in crisi senza cassa

La Prealpina - 25/11/2021

In Italia e in tutto il mondo mancano le materie prime e i semilavorati. La situazione non è diversa in in Canton Ticino dove crescono i timori per eventuali licenziamenti, oltretutto senza il “paracadute” del Lavoro ridotto, una sorta di cassa integrazione elvetica.

Si tratta, insomma, di una situazione che potrebbe ricadere doppiamente anche sui moltissimi frontalieri varesini impegnati nell’industria manifatturiera ticinese.

E così, nei giorni scorsi, il sindacato ticinese Ocst aveva segnalato che «attualmente viene negato il diritto al lavoro ridotto alle imprese colpite dal problema della carenza di materie prime. Il governo afferma che questo genere di rischio appartiene ai cosiddetti rischi aziendali, per i quali le imprese non possono ricevere sostegno». Per l’associazione sindacale, però, «si tratterebbe in maniera evidente di una situazione differente, perché già a febbraio del 2020 era stata presa una posizione analoga all’inizio dell’emergenza Coronavirus».

La crisi di fornitura è oggettivamente globale e sta colpendo a catena aziende in tutto il mondo. Di conseguenza «bisogna evitare nella maniera più assoluta che quanto accade in questo periodo lasci un segno duraturo sul mercato del lavoro ticinese. E, quindi, nuovamente ci troviamo a dire: vale la pena investire sul Lavoro ridotto, piuttosto che assistere a licenziamenti massicci, che causano costi immensi alla collettività in termini umani ed economici, oltre che alle imprese. I licenziamenti, fra l’altro, impedirebbero alle imprese di reagire tempestivamente nel momento in cui la carenza di uno o dell’altro elemento dovesse risolversi».

Accanto a questo intervento si chiedono anche misure per ridurre i rischi dovuti alle catene di fornitura globale. «Mai come in questi ultimi due anni – dicono ancora da Ocst – è stato evidente il prezzo del trasferimento della produzione verso i Paesi dove il costo della manodopera è più basso. L’organizzazione attuale della catena del valore, fondata su un’idea della massimizzazione del profitto sul breve termine, sta invece portando a una paralisi economica che, seppur come tutti speriamo, temporanea, avrà ingenti costi per le nostre comunità. La dipendenza da materie prime, semilavorati e beni ha portato a un trasferimento delle competenze e della capacità innovativa sulla progettazione, sulla produzione e sulla conoscenza dei materiali. Bisogna analizzare quali siano le produzioni chiave sulle quali vale la pena tornare a investire alle nostre latitudini».

I dubbi di Ocst sono stati spediti alla Seco, la Segreteria nazionale dell’economia che, nelle ultime ore, ha risposto che «sulla base di elementi comprovati, è prevista la possibilità per le aziende di chiedere che la Sezione del lavoro possa rivedere o riconsiderare le decisioni prese». sul Lavoro ridotto. Non resta che attendere e vedere come finirà la questione che vede “sul filo” migliaia di lavoratori, anche varesini.

«I costi sono quadruplicati»

«Siamo disperati. Rendo l’idea?». Marino Vago, imprenditore bustocco proprietario dell’azienda che opera nel settore della tintoria tessile, guarda con grande preoccupazione all’emergenza caro-energia. «Esagero? Dico a tutti una cosa: date un’occhiata alle vostre bollette il prossimo mese e poi ne riparliamo», insiste. In effetti, meglio prepararsi alla doccia fredda natalizia. «Il costo del metano è quadruplicato rispetto ai valori pre-pandemia e questo per un’azienda energivora come quella che mi trovo a presiedere è un guaio. Comporta il quadruplicamento dei costi e se non riesci a mettere a punto politiche di compensazione o quantomeno non trasferisci questi costi sul mercato, puoi seriamente compromettere l’esistenza della tua attività», spiega l’ormai ex presidente di Sistema Moda Italia. Dello stesso avviso il suo successore alla presidenza di Smi Sergio Tamborini: «Il boom dei prezzi delle fonti di energia elettrica e termica sta mettendo sotto pressione l’intera filiera tessile. L’aumento dei costi non possono non riflettersi in un immediato aumento del valore di prodotti e trasformazioni, in particolar modo nelle aziende a monte della filiera. Molte di queste sono imprese di modeste dimensioni e con bilanci non in grado di assorbire questi rialzi dei costi. L’impossibilità o anche solo la difficoltà di procedere con aumenti dei prodotti finali, pur nel rispetto della logica del libero mercato, può mettere in difficoltà la tenuta della filiera». Riflette ancora Vago: «Un Paese come l’Italia, seconda industria manifatturiera in Europa per importanza, è assurdo che non abbia una politica energetica degna di questo nome. Non avere una politica energetica è sinonimo di mancanza di lungimiranza. Anche se va detto che siamo un Paese contrario a tutto: al nucleare, ai rigassificatori, all’eolico. In situazioni come l’attuale, queste non scelte comportano crisi di competitività che per molti settori rischiamo di rivelarsi insostenibili». Agli oneri crescenti dell’energia, vanno aggiunti ulteriori costi: «Noi che lavoriamo nelle tintorie in Lombardia abbiamo previsto che da qui ai prossimi quattro anni vedremo aumentare del 35% i costi di trattamento delle acque», avverte Marino Vago. Un altro duro colpo alle aziende in chiave competitività. A proposito di acque, l’imprenditore bustocco smentisce il luogo comune secondo il quale le tintorie sprechino acqua: «Premesso che utilizziamo acqua di prima falda in un territorio ricchissimo di acqua, noi facciamo il possibile per usarla il meno possibile. Meno la usiamo meno paghiamo per il prelievo, l’addolcimento, lo scarico e la depurazione».