Marcia indietro dei frontalieri

Diminuiscono ancora i frontalieri comaschi e varesotti impiegati in Ticino. L’Ufficio federale di statistica svizzero (UST), ieri ha certificato la nuova diminuzione di frontalieri che vede proprio in Ticino il deflusso più significativo. Tra il quarto trimestre 2017 e il quarto trimestre 2018, per cominciare con il dato nazionale, il numero dei frontalieri stranieri attivi in Svizzera è diminuito dello 0,6%.

I frontalieri dall’Italia sono calati del 4,1%, dalla Germania del 2,4%, mentre i pendolari con un permesso per frontalieri provenienti dalla Francia sono aumentati dell’1,3%. Poco più della metà dei frontalieri veniva dalla Francia (55,0%), circa un quarto dall’Italia (22,4%) e un quinto dalla Germania (19,2%).

In Ticino se ne osserva la quota (27,3%) più elevata rispetto al totale degli occupati.

Sempre a livello nazionale, il numero di frontalieri è in calo in tutte le fasce di età, ad eccezione di quella di età compresa tra i 55 e i 64 anni (+3,1%). La flessione è netta tra i 15-24enni (-4,0%) e gli over 64 (-23,5%).

Alla fine del 2018 la maggior parte dei frontalieri lavorava nel settore dei servizi (66,7%), il 32,7% nel secondario e lo 0,6% nel settore primario. I rami economici «Attività manifatturiere» (24,7%, settore secondario) e «commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli» (14,2%, settore terziario) raggruppavano, insieme, quasi il 40% di tutti i frontalieri.

Rispetto al totale degli occupati in Svizzera, la quota di frontalieri si attestava al 6,2%.

Nel settore secondario, un occupato su dieci era frontaliere (9,7%), nel settore terziario una persona su venti (5,4%); nel settore primario tale quota era pari all’1,3%.

Al di fuori di questi numeri nazionali, in Ticino si registravano a fine 2018 62’053 lavoratori in arrivo da oltre confine contro i 65’552 dell’anno precedente: il saldo negativo in un solo anno di 3499 unità parla da solo. E tra l’altro un segnale della crisi che investe ormai anche l’area di frontiera.

Ci sono state poi misure politiche volte a scoraggiare un certo tipo di assunzione, in alcuni casi con incentivi a chi assumeva personale indigeno, locale, e non da ultimo una stretta sui permessi per una serie di persone che nel passato si sono macchiati di gravi reati.

Il Ticino sta cominciando una campagna elettorale dove, ormai avviene da anni, i lavoratori frontalieri sono un tema “evergreen” per arringare le folle, gli elettori che vedono nell’aumento dei lavoratori italiani, francesi o tedeschi, manodopera che sottrae lavoro agli svizzeri.

Questo tema forse sfuma un po’ nell’attuale competizione elettorale per il rinnovo di Governo e Parlamento a Bellinzona o forse sarà possibile dire che (ed è legittimo farlo) le misure politiche per salvaguardare “prima i nostri” hanno funzionato nell’ultimo anno. Un tema, questo, che va per la maggiore anche alle latitudini italiane.

Verosimilmente il trend che vede il calo di lavoratori italiani proseguirà per i motivi espressi sopra e per quelli puramente congiunturali che riguardano soprattutto aziende medio piccole che hanno lasciato l’Italia per la Svizzera in cerca di pace fiscale e stabilità economica. Non sempre ottenuta.