Manifattura digitaleServono 330 milioni

La Prealpina - 07/02/2017

 

L’immagine è chiara: l’Italia della manifattura è sul podio, al secondo posto. Davanti svetta la Germania e dietro ci tallona la Francia. Per non perdere il passo con la prima e non farsi incalzare troppo dalla terza, visto che la crisi non è ancora finita, servono 330 milioni di euro di investimenti anche per l’industria varesina 4.0, cioè per il rinnovamento tecnologico e digitale delle imprese produttive, la cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Una strada obbligata secondo il presidente dell’Unione industriali Riccardo Comerio che ieri, durante la tradizionale conferenza di inizio anno nella sede di piazza Monte Grappa, ha tracciato un bilancio dell’ultimo scorcio e posto le basi per le sfide del futuro per non far perdere posizioni a una provincia ancora all’undicesimo posto fra le aree manifatturiere d’Europa. Un vantaggio che non si può dare per scontato. Il primo obiettivo, appunto, è la svolta hi-tech. «La difesa dei nostri primati industriali passa dal traghettamento verso il digitale delle imprese – ha sottolineato il numero uno di Univa -. E per stare al passo degli ambiziosi progetti di Industria 4.0 dei nostri competitor tedeschi e francesi dobbiamo investire nei prossimi anni fra i 223 e i 336 milioni di euro». La cifra viene ricavata calcolando su base territoriale quello che i due “giganti” europei investono nel settore, cioè tra l’1 e l’1,5% del fatturato. Un’asticella ambiziosa, ma «un target sostenibile e raggiungibile – assicura Comerio -. Oggi tutti parlano di Industria 4.0, tanto che a volte viene voglia di non usare più quell’espressione per non svilirla: io preferisco “manifattura contemporanea”. Siamo davanti a un cambio culturale che va anche oltre le agevolazioni statali. Tutte le aziende, non solo quelle tecnologiche, devono rinnovarsi in questa direzione per restare sul mercato. Finalmente abbiamo un Piano nazionale industria 4.0 del Governo, mai avuto prima, che prevede 13 miliardi di investimenti negli anni. Ma ora, come ha detto più volte il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, la palla passa a noi, alle aziende. Possiamo ambire a questo traguardo ma serve una spinta».

Comerio ammette che quella stessa cifra equivale casualmente a quanto spetterebbe al territorio di quegli stanziamenti nazionali in base alla quota di fatturato. E ancora, lo stesso numero coincide con il calo del credito alle aziende manifatturiere da parte delle banche (gli impieghi sono passati da 9,1 miliardi di giugno 2016 agli 8,8 di ottobre): «Sì, è giusto chiedere più fiducia agli istituti, ma dobbiamo anche potenziare strumenti innovativi, come i minibond e i bond di distretto». Come a dire, meno sportelli e più mercato. E in effetti non è morta nemmeno la voglia di investire: da un sondaggio Univa, emerge che il 72% degli imprenditori ha investito nel 2016 e il 69% è propenso a farlo nel 2017. «Ma siamo davanti a un mondo nuovo, dove cambieranno i sistemi produttivi e anche i rapporti di lavoro – riassume l’imprenditore bustocco, patron della Ercole Comerio -. Si allargherà la platea di responsabilità: tutti i collaboratori avranno un ruolo crescente rispetto all’uomo solo al comando del passato».

La vera sfida è farsi trovare pronti, senza perdere terreno.