MalpensaFiere – Il virus del camice bianco

La Prealpina - 04/09/2020

Prima la “corsa” di molti specializzandi, cioè medici laureati ma non ancora completamente formati per poter lavorare in autonomia in ospedale, che grazie ai bandi e alle regole speciali del decreto Calabria hanno deciso di lavorare al fronte per l’emergenza Covid, molti in reparti per positivi, ora la prova del nove dell’effetto Covid sulle scelte degli studenti che hanno tentato ieri il test universitario per iscriversi a Medicina e chirurgia, 66mila domande in tutta Italia, 13 mila posti, 1630 candidati presentatisi a Malpensafiere e Lariofiere per l’esame coordinato dall’università dell’Insubria (all’ateneo insubre andranno 150 posti, più 20 per Odontoiatria). L’effetto Covid si ripercuote sulla sanità ma al contrario di quanto si possa pensare. I giovani che vogliono tentare di diventare camici bianchi sono sempre di più. Il bisogno di prendersi cura degli altri, è stato amplificato dalla tragedia collettiva. «L’epidemia ha cambiato il volto di tutto il mondo ma ha anche conquistato moltissimi giovani che sono rimasti folgorati dai valori della professione, la bellezza dell’essere medico e i motivi di mettersi a disposizione degli altri e della loro salute», commenta Giulio Carcano, presidente della Scuola di Medicina dell’università dell’Insubria che ha organizzato gli appuntamenti con i test nelle due sedi di Busto ed Erba. «Vogliamo pensare che il Covid per questi giovani non sia un limite ma una ragione in più per credere nella medicina». Ieri il test è stato affrontato da 1.630 candidati poiché le indicazioni del ministero sono state, quest’anno, di un esame di ammissione alle varie facoltà “a Km zero” a prescindere dalle università prescelte: chi abita a Varese e, poniamo, ha messo come prima scelta l’università di Napoli, comunque ha affrontato qui il test. Indispensabile trovare spazi adeguati per riunire tutti i candidati, di cui solo una parte entrerà all’Insubria. L’«avventura» (80 tra funzionari e professori dell’ateneo, squadre di Protezione civile e personale delle Camere di commercio di Varese e di Como), «e la dimostrazione di come il Covid abbia reso complicato, tra distanziamento sanificazioni ingressi scaglionati e misurazione della temperatura, sostenere un test già molto stressante in condizioni non da post pandemia. All’Asst Sette Laghi, sono una cinquantina i medici specializzandi del quarto e quinto anno che nel pieno dell’emergenza Covid hanno partecipato a bandi appositi e hanno deciso di lavorare nei reparti: molti camici bianchi hanno lavorato in prima linea nei reparti che accoglievano i pazienti positivi, altri hanno dato supporto a tutti gli altri pazienti comunque ricoverati in condizioni molto critiche, per il lockdown e per il “travaso” enorme di specialisti, inevitabile per affrontare la pandemia. Per una buona parte di loro il contratto scade in ottobre ma si sta “lavorando”, ateneo e Regione, affinché si possa fare continuare la loro attività o aprire le porte a nuovi specializzandi. Nei reparti, all’epoca erano entrati, anzi rientrati, anche alcuni medici che erano appena andati in pensione o che lo erano da qualche anno. Un supporto importante, per esperienza e professionalità, a supporto spesso dei reparti che avevano diretto in precedenza, mettendosi al servizio della comunità.