Malpensa Quattro milioni di polemiche

Sarà un incontro fondamentale quello in programma domani mattina alle 9.30 tra il presidente di Sea Pietro Modiano e i sindaci del Cuv, il consorzio che unisce i nove Comuni dell’intorno aeroportuale. Gli amministratori locali, infatti, tre mesi fa gli fecero recapitare sulla scrivania del suo ufficio a Milano una lettera di tre pagine contenenti le condizioni per il loro assenso al Masterplan, ovvero il Piano industriale attraverso cui la società di gestione degli scali milanesi punta a far diventare Malpensa un aeroporto da 32,5 milioni di passeggeri (oggi sono 22) e un milione di tonnellate di merci (oggi sono poco più della metà) entro il 2030.

Modiano, dopo novanta giorni di riflessione e una prima risposta ufficiale arrivata pochi minuti dopo aver ricevuto la missiva («le vostre proposte, articolate in modo puntuale, sono di grande interesse e ci aiutano a proseguire il lavoro finalizzato alla definitiva presentazione del documento di piano da parte di Enac per aprire la fase di Valutazione di impatto ambientale»), domani con ogni probabilità comunicherà al presidente del Cuv Fillippo Gesualdi (Ferno) e ai suoi colleghi i punti su cui è disposto a concedere un’apertura al territorio.

Ma cosa chiedono i nove sindaci (Somma, Lonate, Ferno, Golasecca, Arsago, Casorate, Cardano, Samarate e Vizzola) in cambio del loro benestare al Masterplan? Nell’ordine: un aeroporto sostenibile, il pieno rispetto delle norme sulle rotte, ricadute sul territorio per il miglioramento della viabilità attorno allo scalo, una buona e trasparente occupazione, una rappresentanza del territorio all’interno del cda di Sea, ma soprattutto soldi, quantificabili in circa 4 milioni di euro da redistribuire ogni anno: «E’ fondamentale definire un preciso sistema di compensazione economica dei possibili disagi derivanti dalla presenza dell’aeroporto sul nostro territorio e la nostra proposta è che Sea destini almeno il 5 per cento degli utili di esercizio (nel 2016 ammontavano a 93,6 milioni di euro, ndr) per opere e interventi compensativi da realizzarsi nei Comuni del Cuv».

È questo il punto chiave della lettera, tanto da aver creato già lo scorso ottobre polemiche, distinguo e malumori trasversali. Tra le voci critiche Fratelli d’Italia a Cardano, una parte della sinistra sommese, naturalmente gli ambientalisti, tra cui Federico Oppi di Insieme per difendere Somma che coniò per l’occasione un nuovo significato dell’acronimo Cuv: “Consorzio uomini venduti”. Successe esattamente la stessa cosa nel 2012, quando Sea (alla presidenza c’era ancora Giuseppe Bonomi) mise sul piatto 12 milioni di euro per abbattere le case delocalizzate di Somma, Lonate e Ferno e il territorio (comitati e alcuni rappresentanti politici) rispose stizzito sostenendo – durante il famoso triconsiglio comunale organizzato al monastero di San Michele – che era un modo per comprare l’assenso delle tre amministrazioni sul Masterplan. «Soldi che puzzano», dissero gli ambientalisti. Un piano, secondo il Pd allora all’opposizione in tutti e tre i Comuni, congegnato nei minimi dettagli per far passare Sea – con la complicità dei tre sindaci – come la benefattrice di turno. Il risultato? Non se ne fece nulla. Sea si tenne i suoi 12 milioni di euro e portò a casa un insegnamento: mai più parlare di soldi col Cuv. Domani si saprà se, oltre ad aver cambiato presidente, abbia anche cambiato idea.