Malpensa boccia l’intesa «Vogliono farci a pezzi»

La Prealpina - 26/04/2017

I pochi rimasti a tenere alta la bandiera di Alitalia a Malpensa hanno votato in massa per il no. Sono 278, appena 39 i sì. «No perché se con la capacità di menti eccelse siamo arrivati a questo punto, adesso vogliamo essere noi, menti più limitate, a decidere del nostro futuro. E se il no vuol dire la fine, vogliamo essere noi a mettere un punto a questa storia ingloriosa». Si conclude così la lunga lettera che da tre giorni rimbalza tra le chat interne dei lavoratori della ex compagnia di bandiera, invitando i colleghi a bocciare il verbale d’intesa siglato il 14 aprile tra azienda e sindacati per ridisegnare il futuro aziendale.

Con il “no” scatta il commissariamento della compagnia, avvicinando il baratro della liquidazione. Eppure secondo i dipendenti di Malpensa bisogna respingere il piano di rilancio – l’ennesimo – di Alitalia, attraverso 980 esuberi per il personale di terra, tagli retributivi ai naviganti e una nuova riorganizzazione del network dopo il mancato ritorno all’utile promesso tre anni fa con il matrimonio nei cieli insieme a Etihad che acquistò il 49 per cento delle azioni.

«Diciamo no perché il piano sono tre paginette contenenti punti vaghi, giudicati poco credibili da revisori, esperti del settore ma soprattutto da chi spinge perché noi si voti sì pur di sedersi ancora ai tavoli e spartirsi l’ultima fetta di torta ormai in briciole», si legge nel documento che sta girando tra i dipendenti che non si riconoscono nella rappresentanza sindacale delle sigle confederali, inoltrato alla stampa da un assistente di volo che ancora risiede in provincia di Varese (e sono tanti) nonostante il dehubbing di Malpensa del 2008.

«Diciamo no perché il piano è così tanto credibile che gli investitori chiedono la garanzia dello Stato e perché la politica, quella che ci chiede di votare sì, è la stessa che imponeva il mantenimento di rotte improduttive per facilitare lo spostamento di amici e galoppini».

In particolare vengono presi di mira i sindacati che hanno avallato l’accordo del 14 aprile («Dopo aver firmato senza ascoltare la base che rappresentano, hanno scaricato la responsabilità sui lavoratori») e il governo: «Mentre contribuisce ad affossarci, paga fior di milioni a Ryanair per farla restare. È il primo a raccontare favole, non vuol mettere soldi per nazionalizzare ma è disposto a metterne di più per gli ammortizzatori sociali. Qualcosa non torna. Quello che ci è stato proposto è un piano ridicolo, è un piano lacrime e sangue volto a limitare le perdite e farci a pezzi per cederci ai tedeschi.

E allora perché non farlo subito?».

Il lento addio del Tricolore alla brughiera

 

C’era una volta Malpensa 2000, un hub da 24milioni di passeggeri all’anno che batteva bandiera tricolore, quella di Alitalia. Oggi la presenza della ex compagnia di bandiera in brughiera non vale nemmeno il 2 per cento del traffico complessivo. A spanne circa 350 mila viaggiatori all’anno sugli oltre 20 milioni che transitano dai due Terminal, oltretutto in calo per più del 40 per cento rispetto allo scorso anno. Già, perché rispetto al 2016 Alitalia ha chiuso nel frattempo persino il collegamento con Roma Fiumicino, operato tre volte al giorno con i piccoli Embraer, a cause delle pesantissime perdite sulla tratta, stimate in circa 5,8 milioni di euro all’anno. Ma non solo. Recentemente sono stati soppressi anche i voli diretti a Mosca, Cairo e Algeri, a cui si aggiunge Shangai inaugurato in pompa magna prima di Expo 2015 e durato giusto il tempo dell’apertura della Esposizione universale. Oggi la presenza di Alitalia a Malpensa è ridotta alla miseria di tre collegamenti (Abu Dhabi, Tokyo e New York), tanto che a questo punto la chiusura della base, paventata da mesi, è una ipotesi che nessuno si sente più di escludere. Perché quella tra Alitalia e Malpensa è una storia d’amore (poco) e odio. Lo smacco del dehubbing del 2008, ovvero la repentina ritirata in massa degli aerei basati in brughiera che rischiò di far capitolare l’aeroporto, è soltanto la ferita più grande. Ma il tormentato rapporto tra il vettore romano e lo scalo varesino è costellato di promesse di rilancio a cui sono sempre seguiti clamorosi dietrofront.

«A Malpensa continuiamo a investire non perché lo avevamo detto, ma perché ci sono le condizioni», disse per esempio nel luglio del 2010 l’allora amministratore delegato Rocco Sabelli. Da lì a poco iniziò la fuga di Air One, la smart carrier di Alitalia dedicata ai collegamenti di breve raggio. Un altro esempio? Sempre a Malpensa, durante una visita risalente a giugno 2015, l’ad dell’epoca Silvano Cassano annunciò mirabolanti investimenti di lungo periodo parlando di rotte verso San Francisco, Città del Messico e Santiago del Cile. Rotte che Alitalia ha sì cominciato a operare, ma a Fiumicino. Ecco perché Malpensa non soltanto ha imparato a non dipendere più da Alitalia, ma osserva le sue disavventure con totale indifferenza.