Malpensa – Benvenuti nel deserto

La Prealpina - 30/10/2020

Il Terminal 2 ha l’aspetto di una zona fantasma: una landa di cemento nella quale non si vede nulla al di fuori di diverse auto parcheggiate, due o tre persone che girovagano in direzione delle navette e qualche lavoratore.

Profumo di cera

«Tutto serrato da giugno, tranne per chi viene a lavorare. Tutti i voli sono stati trasferiti. Non c’è più nulla qua: l’unica cosa buona che si può trovare è il profumo della cera appena passata sul pavimento», dice con amara ironia uno dei pochi addetti rimasti a presidiare l’area delle partenze. Il settore degli arrivi invece è completamente sbarrato, nessuna possibilità di accesso. Un cartello blu recita: «Dal 15 giugno tutti i voli da/per Milano sono operati al Terminal 1». Nessuna indicazione che lasci trapelare una data di possibile riapertura.

Intere sale vuote

Anche al Terminal 1 lo scenario è surreale. Quello che è sempre stato uno degli scali aeroportuali più importanti al mondo sembra oggi una gigantesca cattedrale nel deserto: intere sale vuote su ogni piano, sparuti viaggiatori che compaiono qua e là, attività commerciali chiuse e altre in cui non transita quasi anima viva. «La situazione è drammatica: ci sono poche compagnie aeree e pochi passeggeri, il numero dei voli si è ridotto drasticamente», dice Sonia, di professione hostess, che incalza: «La paura del virus è palpabile e spinge molti a non viaggiare. Noi dal canto nostro facciamo il massimo per impedire i contagi, utilizzando tutti i dispositivi di protezione possibili». Stefano, un ragazzo che si occupa dell’imballaggio delle valigie, racconta che durante la settimana l’aeroporto è quasi sempre vuoto: «Solo nel weekend si vede un po’ più di movimento, ma non molto».

Cassa integrazione

I check-in offrono uno spettacolo desolante: non si vedono più le lunghe code di una volta, la maggior parte degli sportelli risulta completamente abbandonata. Si registra giusto qualche eccezione: «I voli per i Paesi stranieri sono leggermente in aumento, oggi c’erano diverse persone in partenza per Istanbul e per Dakar», dice Claudia, addetta al controllo dei passeggeri. Aggiunge che «delle grandi compagnie aeree EasyJet e Ryanair sono quelle che resistono di più, le altre sono in difficoltà. Noi, come operatori, siamo preoccupatissimi. Personalmente ho già dovuto passare molti giorni a casa, in cassa integrazione». Cassa integrazione: due parole che ricorrono nella bocca di tutti.

Tutti in ginocchio

Un ulteriore tassello negativo è rappresentato dal futuro degli operatori, che risulta nebuloso. A parlare è di nuovo Stefano: «La nostra paura principale non riguarda il virus, ma che una volta finita la cassa integrazione ci siano licenziamenti di massa». Gli fa eco Claudio, addetto al deposito dei bagagli: «Lavoro alla media di tre/quattro volte al mese, è così da diverso tempo ormai. Ed è insostenibile». Chiude Giovanni, aiuto passeggeri: «Attualmente faccio solo uno o due giorni alla settimana. Siamo tutti in ginocchio. Oggi ho parlato con alcuni tassisti, alcuni non fanno una corsa da tre giorni, il loro indotto è crollato. C’è tanta disperazione, e non fa sconti a nessuno».

 

Ci sono pesanti segni meno

Le statistiche fornite da Assaeroporti, l’associazione italiana gestori aeroporti, confermano un quadro critico per quanto riguarda Malpensa.

Lo scorso mese si sono registrati 8.990 voli e un flusso di 678.861 passeggeri (i dati si riferiscono sia al traffico in entrata che a quello in uscita, nella foto il check-in per Istanbul). A settembre dell’anno precedente, erano stati 24.682 e 2.855.396. In termini percentuali, prendendo sempre come base di riferimento il 2019, si registrano rispettivamente un -67,4% e un -78,8%. Va inoltre aggiunto un -7,3% per quanto riguarda il traffico di merci e posta (43.066 tonnellate in meno).

Un trend negativo che si inserisce in un contesto generale dove le strutture aeroportuali italiane nel loro complesso hanno visto in settembre un -69,7% a livello di passeggeri, un -50% per i voli e un -23,4 per le merci. Da segnalare che a febbraio, il mese prima del lockdown, a Malpensa si attestavano 14.828 voli e 1.646.719 viaggiatori: cifre che testimoniano della forza deterrente del virus, che ha spinto un numero consistente di persone a rinunciare a volare anche dopo la riapertura degli aeroporti.

«Paura più per la perdita del posto che per il contagio»

È un periodo duro per chi lavora nei principali punti di ristorazione dell’aeroporto. Grandi catene di bar, ristoranti e fast food, i cui dipendenti versano in condizioni di precarietà.

Un senso di frustrazione talmente penetrante che molti non se la sentono nemmeno di rilasciare commenti. Altri, per un senso di riserbo misto alla preoccupazione del momento, accettano di parlare ma chiedono che i nomi delle loro attività non siano menzionate espressamente. Come per gli operatori aeroportuali, ricorre sempre una coppia di parole che li riempe d’angoscia: cassa integrazione.

«L’attività del bar non va bene, ci sono pochi passeggeri e poco lavoro. È un qualcosa che colpisce tutti gli esercizi, indistintamente», dice Marina, che aggiunge: «Il timore più grande per noi non è il rischio del contagio, ma la perdita del posto». Le fa eco Cristina, che lavora in un bar concorrente: «Si tratta di un momento dai risvolti oscuri per chiunque eserciti qui. Non credo ci sia molto da dire: basta guardarsi attorno, è tutto così desolante».

Tra i dipendenti dei ristoranti, prende la parola Angelo, un veterano del settore: «Siamo in caduta libera, ogni giorno che passa le condizioni per restare aperti si fanno sempre più pesanti. La gente ha paura e diserta i nostri locali». Aggiunge poi: «Prima lavoravo trentasei ore alla settimana. Oggi pomeriggio sarò qui per un totale di quattro ore, poi tornerò a prestare servizio sabato per altre tre. Ammesso che da qui al weekend siamo ancora aperti». È critico con le restrizioni introdotte dal nuovo dpcm: «Non si può far chiudere tutto e bloccare l’economia. Se non avremo una qualche forma di aiuto faremo la fame, io non so nemmeno come pagare le bollette della luce e del gas».

Katia, cassiera nel locale attiguo, indica le poche persone presenti ai tavoli: «La situazione è sotto gli occhi di tutti, ormai vengono a mangiare in quattro gatti. Si sente il peso di una minaccia: quella di perdere il lavoro e ritrovarsi per strada».