Mai con Como. Sì all’area vasta

La Prealpina - 20/10/2016

Ritengo opportuno, archiviate le elezioni per il consiglio provinciale, aprire una riflessione sui futuri assetti istituzionali del nostro territorio. Nel caso di vittoria del “SI” al referendum costituzionale, si completerebbe il processo di superamento delle vecchie Province iniziato con la legge Delrio nel 2014. La legge costituzionale è chiara: al posto delle Province subentreranno enti di secondo livello normati da una disciplina statale e modellabili da ogni Regione, nei confini e nelle funzioni, secondo le peculiarità di ogni territorio. Per la Lombardia si tratta di una sfida istituzionale affascinante. Non mi riferisco al risiko dei cantoni che tanto piace a Maroni, bensì alla possibilità di creare un ente intermedio tra i Comuni e la Regione snello, agile, capace di fornire servizi in maniera più efficace e meno costosa. Un ente in grado, tramite lo sviluppo delle zone omogenee, di unire i Comuni grandi a quelli medi e piccoli nell’esercizio delle funzioni, unica strada per superare i localismi senza calpestare le identità. Purtroppo la Giunta Maroni finora ha perso tempo, in questi due anni non è stata capace di produrre una proposta di riforma degna di questo nome, facendo perdere alla Lombardia il naturale ruolo guida nel Paese.

Mesi di “tavoli territoriali” hanno portato ad un documento superficiale bocciato da molti territori e alla fine ritirato. Per Varese si prospettava l’accorpamento con Como e la creazione del “cantone dell’Insubria.” Una proposta respinta al mittente. Per almeno due motivi. Il primo è che Como ha più legami con Lecco: li unisce il lago, che è elemento identitario e legato allo sviluppo sostenibile di quel territorio. Inoltre è unita sia a Lecco sia alla parte alta della provincia di Monza, dove si incrociano le Brianze, caratterizzate dall’omogeneità del loro tessuto economico-produttivo. Il secondo motivo è rappresentato dal trascurabile movimento di persone e merci tra Varese e Como dovuto all’assenza di infrastrutture di collegamento significative, un elemento decisivo per unire i territori.

La costruzione delle nuove istituzioni deve rispettare le identità territoriali, l’omogeneità del sistema economico-produttivo e la capacità di rappresentare un sistema coerente. Ed è logico che vada definito in parallelo alla riforma del sistema camerale e delle amministrazioni periferiche dello stato. Altrimenti il rischio è quello di costruire sistemi di rappresentanza a geometria variabile che provocherebbe ingovernabilità. Per quanto riguarda Varese, è invece ipotizzabile un’area vasta che parta dagli attuali confini e coinvolga l’Alto milanese. Sono convinto che ci siano le condizioni affinché l’area vasta di Varese possa essere riferimento per un bacino attorno al milione di abitanti e avere la dimensione per collaborare in maniera utile con la Città Metropolitana, al fine di gestire le sfide più importanti, come il futuro di aeroporti e ferrovie o la grande opportunità del post-Expo. Inoltre, quello che ci differenzia rispetto alle altre province, è la vocazione policentrica del nostro territorio: Varese, Busto Arsizio, Gallarate e Saronno, ma anche Luino che è centro di riferimento per l’Alto Varesotto. Questi comuni dovranno essere capofila delle future zone omogenee.

La proposta di coinvolgere il Legnanese nell’area vasta di Varese non è una provocazione ma la ricerca di una risposta all’esigenza di tenere uniti Basso varesotto e Alto milanese. La zona omogenea di Busto Arsizio sarebbe il naturale punto di riferimento di un’area legata al manifatturiero. Analogo discorso per il Saronnese. Eviteremmo processi disgregativi e di attrazione della Città Metropolitana che rischia di espandersi senza un disegno unitario.

La sfida è ragionare su una provincia che può allargare i confini per valorizzare una vocazione policentrica, dando autonomia alle zone omogenee che presentano tratti peculiari. E all’interno delle zone omogenee gli enti locali gestirebbero, oltre a servizi e funzioni comunali, alcune funzioni oggi esercitate dalla provincia. Ora, abbandonata la fase della propaganda politica, mi piacerebbe che si aprisse un dibattito sul futuro degli assetti istituzionali varesini piuttosto che sugli equilibri di potere.

Alessandro Alfieri