Made in Italy, turismo e trasporti trainanti

La Prealpina - 27/06/2016

Il sistema economico varesino lo scorso anno ha esportato oltre Manica per 565 milioni e mezzo di euro, in crescita del 5,1%. La bilancia commerciale è largamente attiva per quasi 210 milioni di euro. I settori protagonisti sono i mezzi di trasporto, con oltre 160 milioni di esportazioni, dei macchinari e dell’alimentare, entrambi attestati a circa 90 milioni, e la gomma con le materie plastiche (45 milioni). Dati già in discesa considerando il primo trimestre di quest’anno (-3,7% d’export). È la fotografia della Camera di commercio. Quanto ai residenti in provincia, i cittadini britannici sono 707 e pesano per lo 0.93% sul totale degli stranieri, a quota 75.687. Centrale il richiamo del turismo: nel 2015, da oltre Manica gli arrivi sono stati 29.280 mentre 54.509 le presenze. La Gran Bretagna si colloca così al sesto posto tra i Paesi di provenienza dei turisti che scelgono la provincia dei laghi.

Anche le associazioni di categoria sono in fibrillazione ma «le riflessioni sul post Brexit sono altalenanti», ammette il presidente di Confartigianato Davide Galli. Le imprese «hanno già contattato i loro fornitori per raccogliere i primi pareri a caldo e capire come potersi muovere per evitare scossoni. Senza dubbio ci vorrà qualche settimana per metabolizzare questa scelta inglese, ma di certo le complicazioni anche sull’economia varesina arriveranno. Perché questo risultato è un “colpo gobbo” a tutte le imprese europee. I settori più interessati saranno il food, il contract (tanti studi di architettura hanno sede a Londra), la meccanica: i contratti andranno rinegoziati e non si sa a quali condizioni». Arriveranno certificazioni obbligatorie e nuovi dazi. «La tutela del brevetto europeo potrebbe cadere, si arriverà a sottoscrivere nuovi accordi bilaterali per le imposte indirette e un’intesa bilaterale tra Regno Unito e Bruxelles, come già accade con la Svizzera, per regolarizzare gli scambi commerciali. Nulla sarà più lo stesso. La scelta del Regno Unito ha fatto vincere l’irrazionalità e l’orgoglio e non una visione in prospettiva di quello che si sarebbe potuto fare, tutti insieme, in Europa. E proprio l’Italia, il Paese più debole all’interno della Ue, potrebbe risentirne maggiormente».

Oggi l’Unione europea a 28 vale il 22,3% del Pil mondiale ed è la seconda potenza economica mondiale dopo gli Usa (25,1%) e davanti alla Cina (15,4%) e al Giappone (6,0%). Con la vittoria dei “leave” la quota dell’Ue scenderebbe al 18,5% del Pil mondiale e la combinazione tra Brexit e il tasso di crescita porterebbe nel 2020 l’Unione “a 28 meno 1” ad essere sorpassata dalla Cina. Si sposterebbe anche il baricentro del Made in Italy. Attualmente le esportazioni italiane sono per la maggioranza (54,7%) destinate nei 28 Paesi dell’Ue; con la vittoria dei “leave” la quota maggioritaria del Made in Italy andrebbe ai Paesi extra Ue: all’attuale 45,3% si sommerebbe il 5,5% del Regno Unito per arrivare al 50,8%.

C’è anche però chi invita a non farsi prendere dal panico, come il presidente di Confapi Franco Colombo: «Questo non è un altro 11 settembre, è un voto democratico, ma siccome i mercati sono emotivi è già iniziata la speculazione finanziaria che minaccia le nostre aziende più di una decisione di cui vedremo le conseguenze almeno fra due anni, forse fra dieci. Io direi che da Londra arriva un messaggio chiaro contro questa Europa che, così come è, non va affatto bene. Non escludo un effetto domino: noi dobbiamo essere accanto alle nostre aziende nel continuare a dialogare con un mercato che era florido ben prima della Ue e dovrà continuare a esserlo. Stiamo poi parlando del Paese meno europeo di tutti, che non aveva l’euro. Qualcuno sembra dimenticarlo».