L’orologio svizzero rallenta «Frontalieri preoccupati»Eppure dipendenti in risalita

La Prealpina - 03/03/2017

Dalla Svizzera arrivano due dati economici che possono suscitare diverse letture. L’ultimo in ordine di tempo riguarda una crescita inferiore al previsto per l’economia della Svizzera nel quarto trimestre del 2016. Secondo i dati diffusi dalla segreteria di Stato dell’economia, il Pil è salito soltanto dello 0,1% contro lo 0,4% stimato dal mercato. «Agli impulsi positivi provenienti dai consumi privati e pubblici – spiega la segreteria – si sono contrapposti i minori investimenti in beni di equipaggiamento e in costruzioni. La crescita del Pil è stata inoltre frenata dalla bilancia commerciale». Il tasso di crescita del Pil reale per l’intero 2016 risulta quindi pari all’1,3% contro il +0,8% del 2015. A frenare nel quarto trimestre sono state le esportazioni che sono diminuite del 3,8%, «segnando così il risultato trimestrale più debole degli ultimi tre anni. In particolare, le esportazioni di strumenti di precisione, orologi e articoli di gioielleria hanno mantenuto la tendenza negativa dei trimestri precedenti». Il franco forte continua a pesare su manifattura e turismo che tuttavia mostrano segnali di miglioramento e il problema nel settore degli orologi crea qualche preoccupazione per i frontalieri varesini, impiegati in massa nel comparto.

Sempre gli ultimi dati dell’anno passato, elaborati dall’Ufficio federale di statistica, indicano come il numero di frontalieri è aumentato di 11.300 unità (+3,7% rispetto al 2015), vale a dire l’incremento annuo più basso dal 2010. Un po’ più della metà di loro (54,9%) arriva dalla Francia, circa un quarto (22,6%) dall’Italia e un quinto (19,3%) in Germania. In Canton Ticino, senza sorprese, si osserva la quota di frontalieri (27,1%) più elevata rispetto al totale degli occupati.

Nell’arco di cinque anni, il numero di frontalieri è passato da 251.700 unità nel 2011 a 318.500 nel 2016, con un aumento del 26,6%. Nello stesso periodo, secondo i risultati della statistica delle persone occupate, il numero di occupati è passato da 4,713 milioni a 5,081 milioni (+7,8%), smentendo l’assioma secondo cui “i frontalieri rubano il lavoro agli svizzeri”. La maggior parte dei frontalieri lavora nel settore dei servizi (65,4%), il 34,0% nel secondario e solo lo 0,6% nel settore primario. La manifattura, il commercio, la riparazione di autoveicoli e motocicli raggruppano, insieme, oltre il 40% di tutti i frontalieri.

Un altro dato interessante riguarda una sorta di invecchiamento dei frontalieri. L’82,4% di loro ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni, mentre la quota di giovani (15-24 anni) corrisponde al 4,7% e quella dei frontalieri più anziani (55 anni e oltre) al 13%. Mentre nell’arco di cinque anni la quota di frontalieri giovani è diminuita (-1,6 punti percentuali), quella relativa ai frontalieri di 55 anni e più ha registrato un incremento (+2,4 punti percentuali).

 

«Risparmi sui salari italiani»

 

Come commentano i frontalieri i numeri dell’economia 2016 della Svizzera? Ne traccia un quadro Eros Sebastiani, presidente dell’associazione Frontalieri Ticino: «Purtroppo – afferma – si nota come anche nell’economia di alta gamma vi è una contrazione, mentre nei prodotti cosiddetti low cost, per rimanere sul mercato, si sono ritoccati al ribasso i salari dei frontalieri anche del 25-30% per abbassare il costo del prodotto». Sul fronte del numero dei frontalieri «il leggero incremento va comunque letto ricordandoci due aspetti: questi numeri, per esempio, non tengono conto dei licenziamenti più recenti, perché può capitare che qualcuno non dichiari la perdita del posto di lavoro. Inoltre l’aumento dei frontalieri sta diminuendo anno dopo anno, quasi matematicamente». Come a dire: la vacca “Ticino” dei posti di lavoro potrebbe aver esaurito il latte.

«Il Ticino è a un bivio – aggiunge Sebastiani – perché dopo la fine del segreto bancario deve decidere se puntare all’alta tecnologia o alla bassa manifattura. I politici, anziché attaccare i frontalieri, dovrebbero concentrarsi su questo». Altrimenti il rischio è che si espanda «quanto successo due giorni fa a Stabio dove una ditta che produce filati ha lasciato a casa 15 persone, per la maggior parte italiani. Gente col mutuo e che ora dovrà accettare qualsiasi lavoro e qualsiasi stipendio per far quadrare i conti di famiglia».

Infine l’annosa questione della disoccupazione: «Come associazione ci stiamo muovendo nei confronti dell’Unione europea per chiedere con forza che la disoccupazione venga pagata dallo Stato in cui si produce reddito e non, come avviene oggi, dall’Italia. Il paradosso è che il frontaliere paga un’assicurazione di disoccupazione in Svizzera di cui non potrà mai usufruire. È giusto? Per niente».