L’oro che resiste al cemento

La Prealpina - 17/07/2017

In totale, 95 imprese e 61 addetti. La provincia di Varese si conferma una delle capitali italiane del miele e, seppure i numeri non sembrino eccezionali, in realtà essi parlano di vitalità dei prodotti legati al lavoro delle api. Analizzando infatti il contesto, si deve ricordare come il Varesotto sia prettamente una zona industriale e fortemente urbanizzata, in una superficie decisamente minima rispetto alle “praterie” di altri territori della Penisola. Nonostante ciò, Varese si piazza al tredicesimo posto in Italia come numero di imprese nel settore miele, dietro soltanto a province dal territorio vastissimo o con vocazione fortemente agricola. Insomma, nel comparto alimentare, il miele rappresenta il prodotto di punta del Varesotto, almeno nella graduatoria che paragona l’area prealpina dei laghi con le altre realtà italiane e lombarde.

Rimanendo nella nostra regione, sono 748 le imprese regionali attive nella produzione di miele (+8% in un anno, + 25% in cinque anni), il 14% su un totale italiano di 5.389. Secondo i dati della Camera di commercio di Milano, in testa tra le province lombarde c’è Brescia con 113 imprese, + 6% in un anno, Bergamo (105, +13%), Varese (95 imprese, +3%).

«La Lombardia – spiega Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Lombardia – conta oltre tremila appassionati, fra professionisti e hobbisti e circa 155.000 alveari per una produzione di 1.700 tonnellate di miele, propoli, cera e tutti i derivati del miele e dell’alveare. Il 23,6% dei piccoli apicoltori conferisce in cooperativa, il 22% vende direttamente ai consumatori al dettaglio e il 20,8% ai grossisti, mentre il resto finisce nella rete dei piccoli negozi specializzati. Quella del miele è un’attività storica in Lombardia, considerato che proprio a Milano nel 1871 si tenne il primo congresso degli apicoltori italiani. In Italia – continua Prandini – abbiamo più di un milione e 300mila alveari per un giro d’affari stimato di 70 milioni di euro. La produzione media per alveare, nelle aziende apistiche professionali, è di circa 33,5 chili per alveare, mentre la media nazionale generale si aggira intorno ai 17,5 chili per alveare. Quest’anno però la primavera fredda ha dimezzato la produzione di miele di acacia (il prodotto top nel Varesotto, ndr), con cali anche dell’80%».

Il miele prodotto sul territorio nazionale, dove non sono ammesse coltivazioni Ogm (organismi geneticamente modificati), è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria: la parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale, mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell’Unione europea, l’etichetta deve riportare l’indicazione “miscela di mieli originari della Ue”. Se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta “miscela di mieli non originari della Ue“, mentre se si tratta di un mix va scritto “miscela di mieli originari e non originari della Ue”.

Caldo in anticipo e gelate sulle acacie

Oltre metà della produzione di miele di acacia persa a causa di freddo e pioggia. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti Lombardia sulla situazione degli alveari. In media da ogni sciame si ottengono fra i 27 e i 30 chili di acacia, mentre quest’anno siamo tra i 10 e gli 11 chili. «Colpa – spiega Coldiretti Lombardia – degli improvvisi sbalzi di temperatura che hanno messo in difficoltà una rete di tremila operatori, fra hobbisti e professionisti. La temperatura ideale per il lavoro delle api oscilla tra i 15 e i 16 gradi di minima e tra i 21 e i 22 gradi di massima, mentre in Lombardia la primavera ha fatto registrare anche giornate con minime di pochi gradi». Con il caldo anomalo di marzo le api si sono svegliate prima del previsto e hanno iniziato a lavorare perché il ciclo vegetativo delle piante e dei fiori era già partito. Poi è arrivata la pioggia, ma soprattutto il freddo, con una nevicata arrivata addirittura il 28 aprile. Per gli umani è stato un problema relativo ma le api si sono fermate quando ormai l’acacia era pronta. Risultato: la produzione ha subito una battuta d’arresto.

Si stima che in Lombardia sia andato perso l’80% della produzione di miele di acacia. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti Varese sulla situazione degli alveari e quindi sulla produzione del rinomato Miele Varese, il dop proprio di acacia al cui Consorzio aderiscono 31 associati. Durante la fioritura della robinia pseudoacacia, sul territorio della Provincia di Varese la presenza degli alveari raddoppia passando da 12.000 a oltre 20.000 arnie. La motivazione di questo notevole incremento è da ricondursi al fatto che, a differenza di altre zone in cui si produce il miele d’acacia, nel territorio varesino non ci sono colture agrarie o essenze spontanee che influenzano con la loro fioritura la qualità del prodotto, che risulta così più puro e pienamente rispondente alla migliore tipicità del miele di acacia. Nell’insieme i robinieti ricoprono una superficie di circa 163 chilometri quadrati, corrispondente al 30% della superficie forestale provinciale. I robinieti sono in particolar modo diffusi nella parte centro-meridionale (pianura e collina), dove rappresentano spesso l’unica tipologia forestale presente, mentre nella parte settentrionale (montagna) sono presenti soltanto a bassa quota, non andando oltre i 600 metri di altitudine.

«Una Dop unica verso nuovi mercati»

Il suocero Carlo è stato il pioniere del miele professionistico in provincia, trasformando il settore da hobbistico in impresa. Era il 1923 e, dopo quasi un secolo, di generazione in generazione, l’apicoltura Luigi Soldavini di Lonate Pozzolo, è ora guidata da Maria, che ha aderito al Consorzio del miele Dop: «Noi vendiamo principalmente a un grossista – afferma – ma, con la valorizzazione del marchio Dop (Denominazione di origine protetta, ndr), su cui c’è ancora molto da lavorare, speriamo di poter affermare meglio il nostro prodotto, non solo nella vendita diretta, ma anche nella grande distribuzione ed entrando in nuovi mercati. Bisogna inserirci in nuovi circuiti e far conoscere il nostro miele, unico in Italia a essere riconosciuto Dop, al cui consorzio aderiscono 31 aziende, assieme a un prodotto della Lunigiana (in Toscana)».

Anche se, purtroppo, l’ultima annata è stata tutt’altro che buona: «Per il miele d’acacia – aggiunge Soldavini – gli ultimi anni sono stati problematici e il culmine della negatività si è raggiunto quest’anno, quando siamo riusciti a produrne veramente poco. Gli anni passati è stata colpa di un’azione in sinergia fra pesticidi e clima, quest’anno invece è stata tutta colpa del meteo. Prima il caldo, poi il freddo gelato, proprio quando erano spuntati i fiori di acacia, il miele principe per la sua qualità. E così ci siamo buttati di più sul millefiori e sul castagno».

Tre generazioni e una grande passione

 

In tre generazioni sono arrivati a produrre sette tipi di miele. Ma l’apicoltura Roncolino di Viggiù è molto altro: passione, sperimentazione, lavoro duro. Da nonno Martino a papà Francesco, ora l’azienda è portata avanti da Guglielmo Avellini che gestisce circa 500 alveari e soprattutto l’innovazione creata dalla sua gestione, il punto vendita di Baraggia. Battendo il clima e i pesticidi, ogni anno si riescono a produrre miele ma anche polline, propoli, pappa reale, cera e altri prodotti più o meno sperimentali come il mix di melata, polline e propoli oppure la melata balsamica. Tutti con la tradizionale dolcezza del nettare delle api. «Se la stagione è buona – dice Avellini – riusciamo a produrre 150 quintali di miele all’anno, la maggior parte dei quali lo vendiamo direttamente noi». E cioè la famiglia completata da Martino, Fiorella e Roberta. «Quando aprimmo il punto vendita – aggiunge il titolare – mio padre non era proprio d’accordo perché l’investimento era importante. Era invece la via giusta e tutta la famiglia è impegnata, in un modo o nell’altro, a portare avanti la tradizione con grande passione. L’entusiasmo è fondamentale perché, dovendosi alzare tutte le mattine in piena notte, non si riuscirebbe ad avere successo». In Valceresio le api del Roncolino lavorano per produrre i mieli tradizionalmente prealpini come acacia, castagno, tiglio e millefiori, mentre dall’Oltrepò, dal Piacentino e dall’Astigiano arrivano anche melata, tarassaco ed erba medica.