LIUC Studiare in tutto il mondo per far crescere il Varesotto

La Prealpina - 21/11/2017

Qual è la migliore strategia per gestire una università in un momento in cui i ragazzi sono sempre più cittadini del mondo e la creazione di ricchezza deve fare i conti con la crisi economica? Il buon senso, lo stesso di cui parlava Alessandro Manzoni nei suoi Promessi Sposi, descrivendo le modalità con cui si stava affrontando la peste: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. L’insegnamento letterario è stato rispolverato ieri, proprio là dove in fondo a farla da padrone sono i numeri: l’aula magna dell’Università Cattaneo.

A citare il sommo scrittore è stato il rettore Federico Visconti. Lo ha fatto poco prima di aprire ufficialmente il nuovo anno accademico dell’università. Ad ascoltarlo, in platea, c’erano i docenti, ma soprattutto c’erano i rappresentanti di un territorio – la provincia di Varese- che ha conosciuto crescita e sviluppo anche grazie alla presenza e al lavoro dell’Università. Autorità militari, civili, i sindaci di Castellanza, Mirella Cerini, e di Busto Arsizio, Emanuele Antonelli, il presidente del consiglio regionale, Raffaele Cattaneo, l’euro parlamentare Lara Comi, deputati e senatori: Angelo Senaldi, Maria Chiara Gadda, Giancarlo Giorgetti, Stefano Candiani, Erica D’Adda. «Quella dell’università – ha detto Visconti – è una storia di buon senso, di spirito critico, di apertura al nuovo, di pragmatismo, di assunzione di responsabilità. La Liuc non può stare alla finestra. Deve tirare dritto, innovando, investendo, pèuntando ai fatti. Con tanto buon senso».

I fatti, appunto, per una istiotuzione come l’ateneo castellanzese, significa anche offrire ai propri studenti la possibilità di essere cittadini e lavoratori del mondo. Ovvero, internazionalizzazione. E’ stato questo il fil rouge della cerimonia di ieri: studiare all’estero per condividere esperienze, imparare nuove culture, arricchirsi di esperienze culturali e umane. E’ uno dei fiori all’occhiello della Liuc. Sono 128 gli accordi con università di quattro continenti per lo scambio tramite le attività Erasmus ed Excange.

«Noi imprenditori – ha sottolineato il presidente Liuc, Michele Graglia – che ogni giorno osserviamo i mercati per capire dove sviluppare le nostre attività, non possiamo avere confini, barriere. Non possiamo condividere protezionismo e limitazioni. Oggi, fortunatamente, internazionalizzare non è più solo visto come la volontà di speculare sui costi, delocalizzando e impoverendo casa nostra. E’ provato che aprire le imprese ai mercati globali è l’unica via per proseguire una crescita in grado di garantire maggior sviluppo e lavoro nei luoghi dove l’impresa è nata».

Ecco perchè gli atenei sono quasi obbligati a guardare all’estero. Lo hanno sottolineato anche Jean Philippe Ammeux, dean Ieseg School of Management e Fabio Rugge, rettore dell’Università degli studi di Pavia, chiamati dai vertici Liuc a raccontare la loro esperienza diretta.

«La nostra missione – ha detto Ammeux – è preparare persone qualificate per il mercato del lavoro soddisfando le necessità della società e le aspirazioni dei giovani».

Una sfida importante e coraggiosa, con un solo rischio di fondo, messo in luce dal presidente Graglia: «Questa ineludibile spinta verso l’estero non sia motivo di desiderio di fuga dalle nostre radici, dal nostro territorio. Essere cittadini del mondo non significa perdere il contatto con le tradizioni, la storia e i valori del nostro Paese».

 

I ragazzi in uscita sono 311

I numeri statistici della provincia di Varese testimoniano la grande predisposizione delle aziende ad andare oltre i confini. Il 2016 ha mostrato un valore dell’export pari a 9,5 miliardi di euro, ma ancora più significative sono le percentuali dell’export: il 43,3% del prodotto totale è andato all’estero, rispetto a una media lombarda del 35% e nazionale inferiore al 27%. E l’università di adegua.

La Liuc ha 128 accordi con università di quattro continenti (Europa, America, Asia, Austrlia) per lo scambio tramite le attività Erasmus ed Exchange. Sono otto gli accordi invece con università estere per l’ottenimento di doppio titolo di studio (in Europa, America e Australia).

In totale, gli studenti in uscita per un periodo all’estero nell’anno 2017/2018 sono 311, a fronte dei 194 dell’anno 2014/2015. . Sono invece 240 i ragazzi stranieri che quest’anno hanno svolto un periodo di stage in Liuc. nella stragrande maggioranza vivono la loro esperienza all’interno del campus dell’università, creando una atmosfera multiculturale di grande stimolo. Decisamente indicativo, tra l’altro, è il grado di apprezzamento dei giovani coinvolti in queste attività: il 96,5% degli studenti in uscita e il 93,7% di quelli in entrata hanno affermato di essere stati “molto soddisfatti” della loro esperienza.

 

«Una parola che viaggia ma nasconde insidie»

 

Internazionalizzazione è «una parola di successo» ma presenta anche alcune difficoltà. Prima di tutto le ventidue lettere che la compongono non sono così facili da pronunciare tutte di fila. Ci s’inciampa, forse perché nascondono quel retrogusto che sa di fregatura. Internazionalizzazione, insomma, non può solo essere un termine che «viaggia alla grande». Deve concretizzarsi «davvero», in qualcosa di nuovo e di meglio non solo per l’università ma per la nostra società in perenne ricerca della propria identità. Questa la vera scommessa della Liuc, sulla quale tutti concordano.

Mondo accademico impreparato

Al rettore dell’università di Pavia Fabio Rugge, allora, il compito di elencare gli aspetti di criticità di questo processo d’innovazione che non riguarda solo l’ateneo castellanzese ma tutto il mondo accademico italiano. Impreparato, per svariati motivi, a raccogliere il richiamo che viene dall’estero. Lo dicono i dati, snocciolati in modo impietoso da Rugge. L’attrattività dei nostri atenei è bassa per gli studenti internazionali, pari a circa il 4% della popolazione totale con prevalenza di provenienza da Paesi non a sviluppo elevato. La presenza dei docenti stranieri è ancora più bassa, pari a circa l’1%. Come elemento ostativo vanno segnalati i calendari degli adempimenti accademici spesso poco in linea con le richieste (test d’ingresso tre/quattro settimane prima dell’inizio dei corsi) e la rigidità dei corsi di studio. Vero tallone d’Achille, infine, è la mancanza di un’agenzia di promozione per l’università italiana all’estero.

All’estero stipendi molto più alti

C’è da mettersi le mani nei capelli, poi, se si pensa che i corsi in inglese rappresentano una netta minoranza e, inoltre, hanno poco senso se gli iscritti provenienti da Paesi stranieri non sono almeno pari al 25%, rischiando di diventare «posticcio» e «strumentale» l’utilizzo dell’idioma non italiano. Su tutto ciò, naturalmente, pesa il tema delle risorse. «Non riusciamo a trattenere professori che hanno richieste dall’estero con stipendi pari al doppio o al triplo del nostro», ha ammesso Rugge.

Nessun desiderio di fuga

Dunque, ben venga l’internazionalizzazione ma non deve rimanere un termine vuoto di contenuti. Ci vogliono scelte di campo precise – sulle quali si sta indirizzando con convinzione la Liuc – e un cambio di mentalità che sappia coinvolgere non solo il mondo accademico ma tutta quanta la struttura societaria. E’ questa «l’integrazione positiva» alla quale ha fatto riferimento in apertura il presidente Michele Graglia. Non «il desiderio di fuga dalle nostre radici» ma la capacità di essere sul pezzo, come si direbbe in gergo giornalistico. La Liuc nasce come sfida di un intero territorio ventisei anni fa. Oggi è di fronte a un bivio: rigenerarsi e crescere o chiudersi e rischiare di non essere più attrattiva. Non c’è dubbio che la prima strada sia quella da perseguire. Con forza, convinzione e, come accennato dal rettore Federico Visconti, magari anche con qualche tensione. Ma tutto serve per crescere.