Liti senza giudice: è il futuro

La Prealpina - 06/03/2017

A dimostrazione della crisi in cui versa la nostra Giustizia civile si pretende di contrappone l’espressione minacciosa del creditore di un tempo (“Ti faccio causa!”) a quella del debitore di oggi (“Fammi causa”) ispirata a fatalismo calcolato.

Pur senza cedere alla tentazione di statistiche, tabelle e percentuali, in Italia le cause civili pendenti (limitandoci a quelle di accertamento di diritti controversi ed escludendo esecuzioni, fallimenti, ecc) sono passate da 5.700.105 del 2009 a 3.945.862 del 2015. In alcuni Tribunali il dato migliora sensibilmente. Tra questi quello di Varese che, a dispetto delle carenze di organico (sede disagiata) e ad onore di chi ci opera, continua a ridurre l’arretrato ben oltre la media nazionale.

Per limitarci a qualche osservazione empirica, i processi civili non si celebrano (o non si dovrebbero celebrare) per rendere omaggio a un rituale ma per la risoluzione di una controversia.

Da una quarantina d’anni circola un acronimo (Alternative Dispute Resolution – ADR) che esprime in inglese una cosa nota: non sempre il giudizio è il mezzo migliore per risolvere un problema e ne esistono altri (ovviamente diversi dall’uso delle armi).

Il più diffuso è quello della mediazione civile, cioè dell’incontro delle parti in presenza di un mediatore che, senza alcun potere coercitivo, cerca di portarle a un accordo risolutivo. Insomma, per fare un esempio noto ai più, “C’è posta per te” dove Maria De Filippi svolge in maniera impeccabile il ruolo di mediatrice intelligente e persuasiva.

Sono stati istituiti molti Organismi di mediazione (dalle Camere di Commercio, dagli Ordini degli Avvocati e da altri Ordini Professionali, da privati) che, annualmente, pubblicano i risultati della loro attività e rendono quantificabile il loro operato.

Per inciso, nel 2016, l’Organismo di Conciliazione Forense dell’Ordine degli Avvocati di Varese ha conseguito la soluzione consensuale del 18 e rotti per cento delle 552 controversie concluse nell’anno mentre la CCIAA di Varese si è attestata sulle stesse percentuali per le 138 controversie portate al suo esame e concluse nell’anno.

Sono ottimi risultati perché – quanto meno – hanno aumentato di corrispondente percentuale le potenzialità dell’Amministrazione Giudiziaria locale.

Di qui una considerazione lapalissiana: per ogni lite va scelto lo strumento adatto. Il giudizio civile è il più drastico, ma non necessariamente il migliore per ogni situazione specifica .

Altra considerazione materiale: la decisione giudiziaria non sempre conclude il conflitto ma rende necessario instaurare un ulteriore processo (di esecuzione ) nei confronti della parte inadempiente.

Lo stesso accade per gli accordi – se sono stati correttamente formalizzati e sono rimasti inadempiuti – ma questi registrano un tasso molto maggiore di adempimenti spontanei.

Si è detto che l’ essenza della professione forense è il “sapere per convincere”. Gli strumenti di un avvocato civilista, oltre alla conoscenza del diritto, sono sempre di più: la capacità di ascoltare chi gli si rivolge; la capacità di capire i suoi obbiettivi reali, confrontandoli con quelli ottimali e quelli possibili; la capacità di individuare gli strumenti più idonei a conseguirli; la capacità di spiegare le scelte senza asserragliarsi nei tecnicismi.

Si tratta di rendere concreto il rapporto tra “le cose come sono” nella realtà e “le cose come dovrebbero essere” nelle norme portando le norme nelle cose e attuando quella ” cultura della legalità” di cui si parla tanto spesso (in genere per auspicare – per gli altri – anni di galera).

Se non si cede alla routine, se non si dà retta alle sirene stonate dell’ineluttabilità, ce la si può fare.