L’INTERVISTA GIUSEPPE TRIPOLI «I più giovani hanno altre priorità E scontiamo ancora l’effetto Covid» II segretario di Unioncamere: «Le nuove generazioni sono diventate più esigenti: non si identificano più con il loro lavoro e si mettono in gioco soltanto per qualcosa che pensano possa migliorare la società»

Calo demografico, minore volontà di assumersi rischi e cambiamento delle priorità di vita, soprattutto dopo la pandemia, con il lavoro che è scivolato in fondo alla costruzione del ruolo sociale degli individui. Sono queste le cause della minore natalità di imprese che si registra da qualche anno nel nostro Paese e che il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, indica come fattori alla base di un cambiamento che è in atto non soltanto nel nostro Paese ma anche nel resto d’Europa. «Lo slancio che abbiamo conosciuto nelle passate generazioni e che ha dato vita alla fortuna del made in Italy in tutto il mondo, si é smorzato», dice. Meno nascite, meno imprese? Il crollo nell’apertura di nuove attività imprenditoriali in Italia, testimoniato dal recente Rapporto Gem, è tutto un effetto del problema demografico? «Ci sono meno giovani e di conseguenza anche meno nuovi imprenditori. Inoltre la propensione al rischio risente dell’andamento altalenante dei mercati. Oggi chi vuole fare impresa è molto attento a quello che succede anche a livello internazionale. Nel periodo tra il 2008 e il 2012, la situazione economica ha rappresentato un freno alle iniziative imprenditoriali. Ed è quanto successivamente è avvenuto anche con il Covid. Tante aziende hanno rischiato di chiudere o hanno dovuto ridimensionare il loro personale. L’attività autonoma è stata percepita come fortemente instabile. Non c’è da stupirsi se nel periodo successivo alla pandemia la voglia di assumersi il rischio di un’impresa si sia ridimensionata. Un giovane adesso ci pensa due volte». Non sarà anche perché preferisce condurre una vita più comoda, magari punta a ottenere il posto fiaso? «Non penso ci sia questa componente, o almeno non è la più rilevante. Tant’è che nel trend di un calo generale in tutti i settori dell’iniziativa imprenditoriale, si salvano le start up innovative specialmente nei servizi avanzati. I giovani puntano sulle nuove tecnologie, sulle attività con una forte componente digitale. Di queste nuove realtà se ne contano circa 15.000. Molto ha contribuito la normativa che favorisce tali attività. Inoltre abbiamo rilevato che influisce molto anche l’alta scolarità. Tra i nuovi imprenditori sono più numerosi i laureati e coloro che hanno una specializzazione, a differenza delle scorse generazioni dove il titolo di studio non era cosi determinante nel successo dell’avvio di una attività autonoma. Per questo è fondamentale aumentare il numero dei laureati. Ben vengano le università telematiche. Sono state spesso criticate ma io ritengo che svolgano un ruolo importante nella formazione dei giovani che lavorano o risiedono in località dove non sono presenti atenei». Nel calo dell’iniziativa imprenditoriale ha influito anche la pandemia da Covid? «Indubbiamente. La pandemia ha cambiato la gerarchia delle priorità specialmente da parte dei giovani. Questi cercano non tanto il posto fisso quanto una occupazione che consenta di conciliare il lavoro, la vita privata, gli interessi personali e il tempo libero. Mentre le passate generazioni si identificavano nell’attività lavorativa che svolgevano e questa definiva il loro ruolo sociale, ora un giovane dà importanza anche ad altri aspetti della vita. Alcuni rinunciano ad un posto perché non condividono gli obiettivi di quell’azienda. Tanti media hanno parlato del fenomeno delle grandi dimissioni. E cambiato il modo di rapportarsi alla vita professionale, non si vuole che sia totalizzante, si tende a non identificarsi del tutto con l’attività lavorativa. È un fenomeno che sta investendo tutte le società industriali avanzate. Basti pensare che in passato la socializzazione avveniva quasi esclusivamente sul posto di lavoro mentre ora, a parte internet, i giovani sono proiettati all’esterno, anche tramite internet e i social». Forse perché le giovani generazioni si sentono al sicuro potendo contare sui risparmi dei propri genitori. «Non è soltanto questo. Certo, magari possono contare sul supporto dei genitori ma in generale non mettono più il lavoro al centro della loro vita. Sentono che affrontare il rischio d’impresa deve valere per davvero. Ecco la scelta di attività imprenditoriali nei servizi innovativi. Si vuole fare qualcosa che possa migliorare anche la società, e non soltanto per arricchirsi».