Licenziamenti Mam: è accordo

La Prealpina - 20/07/2017

Accordo di mezza estate sui licenziamenti collettivi alla Mam di Morazzone, l’azienda già leader mondiale nella produzione di collettori per il settore automotive e negli elettrodomestici, ma da anni in difficoltà. La stretta di mano fra sindacati e proprietà cinese si è avuta ieri con la firma dell’accordo già illustrato ai 150 lavoratori.

Il gruppo aveva annunciato 90 esuberi entro il 2018, cifra sempre rigettata dalle organizzazioni: Nino Cartosio della Fiom Cgil, Fabio Dell’Angelo della Uilm e Flavio Cervellino della Fim Cisl, insieme alle Rsu interne, hanno detto sì all’uscita di sole 30 persone tramite la procedura di mobilità e con importanti incentivi, sempre e solo con il requisito della volontarietà. «Nessuno dunque sta mandando a casa nessuno – precisano i sindacalisti che hanno gestito i quattro incontri con il gruppo Sunico e con l’associazione di categoria Confapi -. Abbiamo firmato l’accordo con un piano di incentivazione per tre tipologie di dipendenti: i pensionandi (che si avvicinano ai requisiti con i due anni di indennità di disoccupazione, la Naspi); i lavoratori che hanno bisogno di una copertura ulteriore fino al 2020; e gli esodati che non riescono a raggiungere l’anzianità ma avranno comunque una buonuscita». E qui sta la prima “vittoria” dei confederali: «Rispetto alle prospettive della vigilia, l’azienda ha mostrato maggiore apertura mettendo in campo somme più rilevanti per gli incentivi – sottolineano in forma congiunta -. Difficile parlare di soddisfazione davanti a dei licenziamenti e con un contratto di solidarietà aperto, ma molti elementi da noi portati sono stati recepiti dalla proprietà cinese».

Degli altri 60 esuberi non si parla: o meglio i sindacati ribadiscono il loro no, dando anche appuntamento a settembre, subito dopo le vacanze, per entrare nel merito della discussione sul futuro dello stabilimento dove lavorano molte famiglie del paese e dei comuni limitrofi. «Vogliamo vedere un vero piano industriale, perché per ora non è chiaro che intenzioni abbia l’azienda – sottolineano in coro i responsabili di Fiom, Fim e Uilm -. Sappiamo anche che il gruppo cinese ha rifiutato l’offerta, ritenuta troppo bassa, di un imprenditore locale per l’acquisto di un capannone e di parte dell’attività. Come dobbiamo interpretare questo gesto? C’era una trattativa aperta con un potenziale acquirente ed è saltata. E ora?».

Insomma, cosa si dovrebbe pensare davanti ai timonieri che non mollano la presa, mantenendo la presenza pur al culmine di anni di crisi? Ma intanto si procede per gradi, senza precorrere i tempi: usciranno i primi trenta lavoratori volontari, rimandando altre discussioni a futuri tavoli dove bisognerà entrare nel dettaglio delle prospettive industriali della Mam dagli occhi a mandorla. «Prima di sederci per parlare di ulteriori licenziamenti, vogliamo entrare nel merito del piano, capire quali siano le vere intenzioni a 360 gradi. Anche il rifiuto dell’offerta arrivata da un imprenditore locale ci fa rafforzare la volontà di sapere di più. I proprietari cinesi non hanno molta fretta di vendere e hanno accettato di aumentare gli incentivi alle uscite».

Segnali rassicuranti ma anche difficili da interpretare, alla luce di una differenza abissale nel modo di condurre le trattative e di intendere i rapporti di lavoro. Intanto, a sperare che non si arrivi a ulteriori sforbiciate è un paese intero, anzi un intero territorio che da subito si è attivato per difendere il sito produttivo e le famiglie coinvolte. I sindacati non mollano: a settembre si torna al tavolo.

Bianchi: «Quel rifiuto è un delitto»

 

Soddisfazione per il lavoro svolto dalle organizzazioni sindacali che hanno ottenuto un risultato adeguato con i 30 lavoratori più prossimi alla pensione che lasceranno l’azienda con una «buonuscita dignitosa». Ma la preoccupazione resta per gli altri 60 il cui destino ancora non è stato definito alla luce anche dell’offerta di un imprenditore locale di rilevare una parte del capannone industriale rifiutata però dalla proprietà cinese perché ritenuta troppo bassa. Per Matteo Bianchi, sindaco di Morazzone, in questo momento la cautela è d’obbligo.

«L’uscita dei 30 addetti – conferma – permetterà un equilibrio più strutturato all’azienda, adesso però bisogna capire cosa vorranno farne degli altri 60 di cui avevano annunciato il licenziamento in un secondo momento. A tutt’oggi ancora né le parti sindacali e neppure il Comune hanno in mano il piano industriale e vorremmo avere tutti avere chiarezza su questo punto. Mi aspetto che nelle prossime settimane la proprietà arrivi come un piano pronto e soprattutto su cosa hanno intenzione di fare delle superfici industriali, perché è evidente che un grande capannone che rimane vuoto finisce per avere un costo insostenibile. Ancora proposte non sono arrivate, ma mi limito a osservare che chiudere le porte in faccia a un imprenditore del posto fattosi avanti per rilevare parte della struttura industriale è un delitto perché dava la possibilità all’azienda di recuperare e di rimettersi in qualche modo in gioco in tempi in cui di soldi non ne girano molti».

Bianchi conclude: «Se si rifiuta un’offerta senza un tavolo di confronto, mi auguro ci sia progettualità. Ma rimane la preoccupazione: se hanno intenzione di avviare un percorso diverso da quanto fin qui affermato anche durante gli incontri in Comune, allora lo dicano attraverso la presentazione di un piano industriale che finora però non è stato fatto vedere».