Le Camere di commercio “A scuola di industria 4.0 3,2 milioni di imprese”

LA RIFORMA NE FA UNO STRUMENTO AL SERVIZIO DELLE PMI: VERRANNO INVIATI “EVANGELISTI” CHE ANDRANNO PORTA-A-PORTA PER LE AZIENDE A VEDERE IL LIVELLO DI DIGITALIZZAZIONE PER AGGIORNARE SITI E PORTALI E FARE DA GUIDA TRA INCENTIVI E AGEVOLAZIONI Stefano Carli Roma D imenticate le vecchie Camere di Commercio, con i loro orari di sportello i moduli e gli uffici. Certo, tutto questo ci sarà ancora, ma tra poco non saranno più le imprese ad andare in Camera di Commercio ma la Camera di commercio ad andare dalle imprese. E non metaforicamente: nell’ultimo anno ben 2500 dei 7 mila dipendenti delle 90 Camere sparse su tutto il territorio nazionale ha frequentato un corso di aggiornamento in vista di compiti del tutto nuovi. E in più si stanno per selezionare 200 giovani “evangelisti” (i primi 60 partiranno a giorni) pronti a portare il verbo del digitale impresa per impresa, in un vero e proprio porta a porta. Obiettivo: accelerare la trasmigrazione dell’intero tessuto produttivo italiano nell’era del digitale, dell’industria 4.0 e dell’internazionalizzazione. Una rivoluzione, insomma. Oltre l’anagrafe Dopo l’Ice, la Sace, la Simest ora l’universo delle Pmi italiane ha un nuovo strumento da utilizzare per crescere. Con l’ultimo decreto mancante viene infatti definitivamente varata una riforma della struttura camerale che ne cambia radicalmente la missione che hanno avuto per decenni: quella di mera anagrafe del tessuto produttivo italiano. Un’anagrafe modernizzata, digitale, consultabile online, ma pur sempre una banca dati.
Ora parte invece la loro seconda vita e diventeranno qualcosa di molto più proattivo. Nella riforma, partita tre anni fa su impulso del ministero della Funzione Pubblica e del ministro Madia (le Camere fanno parte del sistema delle autonomia funzionali, e sono a tutti gli effetti una parte del settore pubblico) è partita l’idea della riforma. La parte vista finora è il riassetto. Dall’originario numero di 130 le Camere sono via via scese fino alle attuali 90 ma il percorso si arresterà a 60. Il criterio è matematico: tutte le Camere che hanno meno di 75 mila imprese iscritte perdono la loro autonomia amministrativa e finiscono accorpate: non diminuirà però il numero delle sedi, ossia la presenza capillare sul territorio. Per esempio, Milano, Monza e Lodi sono oggi un’unica Camere ma la rete territoriale è salva. Meno costi amministrativi ma uguale volumi di servizi, anzi di più: questa è la regola. Al tempo stesso è stato anche dimezzato l’importo del contributo camerale che ogni impresa deve pagare per sostenere la struttura. Ora il Mise ha autorizzato un aumento della quota del 20% ma esclusivamente finalizzato a finanziare i nuovi progetti. E non sarà un salasso: un artigiano che paga 44 euro l’anno di contributo ne pagherà 9 in più. Saranno insomma soldi che le imprese vedranno concretamente tornare indietro, anzi, in azienda. Il piano è ambizioso. «E’ il secondo filone del programma Impresa 4.0: il primo, sono gli incentivi, i vari super e iperammortamenti, il secondo riguarda gli interventi diretti di assistenza alle Pmi nell’utilizzo delle tecnologie 4.0 (informazione, formazione voucher) sul territorio. E qui che entriamo in gioco noi – spiega Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, l’associazione delle Camere di Commercio, guidata da Ivan Lo Bello – E’ un piano triennale, di qui al 2020, articolato su tre livelli progressivi di approfondimento e coinvolgimento delle imprese. Alle Camere è in particolare affidato il primo, quello del primo contatto, ma che fornirà a breve anche una messe di indicazioni del tutto nuove e importantissime ». Il primo passo sarà la costituzione di 77 Pid, Punti Impresa Digitale, a cui faranno capo team agili di funzionari preparati che andranno in giro e visiteranno le singole aziende. Chiederanno in ogni impresa quanti pc sono in uso e quanti tablet, se c’è un sito e se lo faranno mostrare, daranno anche dei rapidi consigli su come migliorarlo. Chiederanno se l’azienda fa commercio elettronico, in che misura e come. Ci vorrà del tempo ma nell’arco dei prossimi dodici mesi si dovrebbero avere dati freschi e capillari sul grado di digitalizzazione delle imprese. Sarà tutto molto veloce e agile. Nascono i Pid «Abbiamo già inviato e raggiunto, per conto del ministero, con le mail, 3,2 milioni di imprese », afferma Tripoli. Secondo punto qualificante per ogni contatto sarà di spiegare agli imprenditori a quali strumenti possono accedere; dagli incentivi alle agevolazioni e, nel caso, aiutarli nelle pratiche. E questo significa anche fare formazione sul campo. Un altro compito dei Pid sarà di realizzare dei video sulle best practice di cosa può significare portare il 4.0 nelle linee di produzione, nel servizio clienti, nella fatturazione e cosi via. in modo da presentarli nelle aziende interessate. Qui finisce la fase informativa: «Le imprese che saranno fortemente intenzionate ad operare innovazioni – continua Tripoli – saranno dirette verso il secondo livello, i Digital Innovation Hub territoriali, dove troveranno dei team di esperti che le seguiranno nelle scelte operative. Il terzo livello è un po’ come l’università dell’innovazione: sono i competence center dove le imprese sono messe in contatto con laboratori e centri di ricerca. Ma qui siamo al livello più alto. L’obiettivo di base dei Pid è di arrivare, a fine triennio, quando si tireranno le somme, ad aver attivato i cambiamento». Sei milioni di imprese Ci sono 80 mila imprese che vendono all’estero in modo episodico e che possono aumentare i volumi. E altre 10 mila che non si affacciano oltre confine ma ne avrebbero le potenzialità. Sembrano poche 100 mila imprese circa? No, se si pensa che secondo la classificazione Istat dei 6 milioni di imprese italiane le Pmisono 340 mila. E sono loro che devono innovare per prime per poi “fertilizzare” la gran massa dei 4,2 milioni di microimprese ( il resto sono imprese individuali). Ma tutti comunque potranno accedere agli altri servizi delle nuove Camere: dai progetti per i voucher all’innovazione, con i Pid che avranno anche il compito di aggregare più imprese su singoli progetti per aumentare le possibilità di approvazione, al nuovo ruolo dei Suap.Gli Sportelli Unici per le Attività Produttive, che sono stati affidati ai Comuni, ma che nella metà dei casi, circa 4 mila, i sindaci hanno delegato alle Camere di Commercio, hanno il compito di gestire il “fascicolo unico di impresa”. Adesso lo devono gestire nel suo formato digitale e su un’unica piattaforma in modo che ogni impresa che debba presentare una documentazione già esistente, depositata in occasioni precedenti, la potrà trovare in copia digitale nel suo fascicolo senza doverla riprodurre. 1 2 Il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli (1) Il minitro dello Sviuppo Economico Carlo Calenda (2) Il presidente Unioncamere Ivan Lo Bello 60 90 Tra i primi obiettivi del piano triennale è portare sui mercati esteri 80 mila imprese che oggi esportano in modo saltuario e 10 mila che non lo fanno affatto pur avendone le caratteristiche